Valutazioni del mercato

Serbatoio pieno, tasche vuote?

Con l’escalation in Medio Oriente cresce anche nel nostro Paese il timore di un’impennata dei prezzi al distributore di benzina. Ma quella dei prezzi elevati del carburante in Svizzera è una questione complessa: le ragioni non sono da ricercarsi solo all’estero e a trarne profitto non sono soltanto gli sceicchi e le stazioni di servizio.

Santosh Brivio
Pubblicato
Tempo di lettura: 3 minuti

Il conflitto con l’Iran si inasprisce, il prezzo del petrolio sale e anche nel nostro Paese cresce il timore che il prezzo della benzina finisca per inquadrarla nella categoria dei «beni di lusso». Per quanto sarebbe comodo attribuire tutta la colpa al conflitto in Medio Oriente e all’Iran, l’elevato prezzo della benzina in Svizzera è in gran parte dovuto a fattori interni.

Le turbolenze sul mercato petrolifero internazionale...

L’Iran è il terzo produttore dell’OPEC, con una quota di circa il 4,5% dell’offerta globale. Nonostante questa importanza limitata, i prezzi del greggio sono estremamente sensibili all’escalation in Medio Oriente. Dall’inizio dello scontro militare lo scorso fine settimana, il prezzo di un barile di Brent (la varietà di riferimento europea) è schizzato da circa 70 a oltre 83 dollari USA (ultimo aggiornamento: giovedì pomeriggio).

La ragione di questa forte reazione del mercato risiede negli attacchi dei droni iraniani alle infrastrutture petrolifere dei Paesi produttori arabi e nello Stretto di Hormuz, che ormai è di fatto impraticabile per la navigazione mercantile. Circa il 20% del commercio mondiale di petrolio transita normalmente attraverso questo stretto passaggio, e per i Paesi importatori asiatici la percentuale arriva addirittura al 70%.

...e l’anatomia della fattura del carburante in Svizzera

Poiché le alternative al passaggio di Hormuz sono molto limitate (in termini di oleodotti o rotte alternative), con il protrarsi della guerra si profila un ulteriore aumento dei prezzi del greggio. Non c’è da stupirsi che in tutto il mondo cresca la preoccupazione per un’esplosione dei prezzi dei carburanti e del gasolio da riscaldamento. Per la Svizzera ciò significherebbe un aumento significativo della componente variabile rappresentata dai «costi di approvvigionamento» dei prezzi dei prodotti petroliferi. Tra questi si annoverano i costi del petrolio greggio propriamente detto, della sua raffinazione e del trasporto verso la cosiddetta area ARA. L’acronimo sta per i porti di Amsterdam, Rotterdam e Anversa, che costituiscono il vero e proprio centro nevralgico del commercio fisico di petrolio in Europa.

Questo prezzo spot ARA costituisce a sua volta la base dei prezzi d’acquisto svizzeri. Un suo aumento fa salire anche il prezzo in centesimi al litro. Ma il prezzo finale dei prodotti petroliferi non è costituito solo da questa componente, a determinarlo, e in modo considerevole, sono infatti altre due componenti. Ad esempio, le imposte e le tasse (IVA inclusa) rappresentano oltre il 50% del prezzo finale. La distribuzione, ad esempio alle singole stazioni di servizio, incide per un ulteriore 12% circa.

Le tasse fisse dell’imposta sugli oli minerali e del supplemento ammontano quindi a quasi 77 centesimi al litro. Infine, l’IVA dell’8,1% si applica al valore della merce maggiorato delle imposte, il che significa che lo Stato applica l’IVA anche alla propria imposta sugli oli minerali.

Fare il pieno per lo Stato?

In questo contesto, è interessante chiedersi chi guadagni effettivamente quanto e chi tragga profitto dall’aumento dei prezzi del petrolio. Sono davvero i malvagi sceicchi petroliferi e gli avidi benzinai? È lecito nutrire dei dubbi. Secondo l’associazione di categoria Avenergy Suisse, gli introiti fiscali derivanti dal consumo di benzina e diesel ammontano a circa 5,6 miliardi di franchi all’anno, che equivalgono a più dell’8% delle entrate complessive della Confederazione.

In altre parole: ogni volta che fanno rifornimento, gli automobilisti svizzeri non solo finanziano le strade, ma versano nelle casse federali circa il 40% dell’imposta sugli oli minerali, oltre alle entrate dell’IVA. Nel caso di un aumento del prezzo del petrolio dovuto a conflitti, ciò significa che una parte considerevole del «premio di crisi» finisce a Berna, anche se il prezzo del petrolio non esplode ma aumenta «solo» la base IVA.

Il colmo, se così vogliamo chiamarlo, dell’assetto svizzero è che le imposte sugli oli minerali sono fisse e definite in centesimi, mentre l’IVA è calcolata in percentuale. Se il solo prezzo del prodotto cresce per l’aumento delle quotazioni del petrolio o delle spese di trasporto, in termini puramente matematici la percentuale dell’imposta scende, ma l’importo assoluto dell’IVA sale: la Confederazione beneficia quindi di ogni, seppur minima, turbolenza sul mercato petrolifero.

La colpa è sempre degli altri, vero?

L’attuale crisi iraniana mette in luce quanto gli shock geopolitici possano influire sui prezzi del greggio. Allo stesso tempo, la scomposizione del prezzo del carburante in Svizzera mostra che esso dipende in gran parte da decisioni interne:

  • l’ammontare dell’imposta sugli oli minerali e del supplemento è una scelta politica;
  • la decisione di destinare una parte di questi proventi all’erario generale della Confederazione anziché al finanziamento delle strade è di natura politica;
  • la conformazione dell’imposta sul valore aggiunto – compreso il fatto che essa viene riscossa a sua volta sulle imposte sugli oli minerali – è frutto della volontà politica.

Ciò dimostra che la tanto invocata «dipendenza dal Medio Oriente» è certamente reale, ma giustifica solo la parte variabile del prezzo al litro. I prezzi strutturalmente elevati della benzina in Svizzera non sono solo una conseguenza del prezzo del petrolio, ma anche di un deliberato impiego fiscale del carburante.

Parlare di un «rifornimento per lo Stato» non è quindi una semplice polemica. Se tra un terzo e la metà della fattura al distributore viene incassata dal fisco, il litro di benzina non è tanto un prodotto dell’economia di mercato quanto un bene altamente regolamentato e condizionato dalla politica fiscale.

Occhi puntati verso... Berna!

A questo proposito, conviene distinguere due livelli. Ad esempio, gli shock geopolitici (come appunto il conflitto con l’Iran), i congestionamenti dei trasporti o le fluttuazioni del dollaro fanno aumentare i costi di approvvigionamento nel breve termine, determinando così picchi di prezzo ai distributori di benzina. Al contempo, però, la logica dell’IVA, fissata in valori assoluti e piuttosto singolare, detta il livello dei prezzi in Svizzera anche quando i prezzi del petrolio sono «courant normal» (al livello medio).

Pertanto, chi si ritrova a maledire l’OPEC, gli sceicchi, gli americani, gli iraniani o chiunque altro la prossima volta che fa rifornimento, può tranquillamente ricordarsi di mandare le proprie imprecazioni anche a un altro indirizzo, quello della politica fiscale svizzera. Il prezzo al litro è solo per certi versi geopolitica importata: il resto, guardando la cosa con lucidità, è «made in Switzerland».

(Foto: Keystone / Christian Beutler)

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