Valutazioni del mercato

Mercato unico europeo: un mercato, molte frontiere

Il mercato interno dell’UE è attualmente onnipresente nella politica europea della Svizzera. Ma spesso c’è disaccordo su cosa si intenda esattamente con questo concetto. È quindi necessario fare chiarezza, sia per un dibattito politico più oggettivo sia per le imprese esportatrici svizzere. Per queste ultime, infatti, è evidente che il mercato interno UE può rappresentare una vera e propria fonte di opportunità. Ma non illimitata.

Santosh Brivio
Pubblicato
Tempo di lettura: 5 minuti

Accesso al mercato non significa condizioni di mercato uniformi.

Nei dibattiti sull’accordo quadro con l’UE (detto anche «Bilaterali III») ricorre con notevole naturalezza un concetto: l’accesso al mercato interno dell’UE. Sembra una sorta di porta d’ingresso, oltre la quale le imprese trovano uno spazio economico in gran parte omogeneo. Basta varcare la soglia una volta per poter vendere ovunque. Ma quest’immagine riflette la realtà economica?

Solo per certi versi. È vero che l’UE ha creato un mercato comune che va ben oltre una zona di libero scambio. Allo stesso tempo, però, all’interno di questo mercato permangono frontiere nazionali non riportate nelle mappe stradali: norme, procedure amministrative, requisiti fiscali e prassi di vigilanza divergenti. In questo senso, ci sembra innanzitutto fondamentale precisare il concetto: accesso al mercato non significa condizioni di mercato uniformi.

Considerando che l’UE, sebbene stia perdendo importanza (v. grafico), rimane il principale mercato di sbocco, per le imprese svizzere questa distinzione è ben più di una sottigliezza semantica. Da tale distinzione dipendono i costi della loro espansione, l’organizzazione della loro distribuzione e, in ultima analisi, la redditività delle loro attività in Europa.

Una conquista economica con punti ancora irrisolti

Il mercato interno non è, in primo luogo, una falsa etichetta. La libera circolazione di merci, servizi, capitali e persone costituisce un quadro normativo comune. Le norme armonizzate sui prodotti e il riconoscimento reciproco hanno rimosso ostacoli al commercio. Il commercio di merci all’interno dell’UE dimostra i progressi compiuti nell’integrazione: considerato come somma delle esportazioni e delle importazioni transfrontaliere di merci, è passato da circa il 30% del prodotto interno lordo dell’UE nel 1999 a oltre il 40% nel 2024.

Tuttavia, questi progressi non hanno la stessa efficacia ovunque. Il mercato dei beni è più integrato di quello dei servizi. E anche un prodotto i cui requisiti tecnici sono armonizzati a livello europeo non si inserisce automaticamente in un contesto amministrativo, fiscale e commerciale omogeneo. Il mercato unico ha eliminato molte frontiere, ma non ha dissolto gli spazi economici nazionali.

Stessa regola di base, costi aggiuntivi diversi

C’è una frattura fondamentale tra la regolamentazione europea e l’attuazione a livello nazionale. Le direttive UE devono essere recepite nel diritto nazionale. Ne derivano configurazioni diverse; in alcuni casi si aggiungono requisiti che vanno oltre il livello minimo europeo. Questo cosiddetto «gold plating» trasforma una disposizione comune in diversi capitolati d’oneri nazionali. A ciò si aggiungono differenze nell’interpretazione e nell’esecuzione.

I requisiti nazionali divergenti e le diverse interpretazioni del diritto in materia di vigilanza aumentano la necessità di chiarimenti e adeguamenti. Un modello di business di respiro europeo richiede quindi ancora un lavoro giuridico e di compliance specifico per ogni Paese.

Ciò non significa che ogni prodotto industriale già omologato debba essere sottoposto nuovamente a una verifica completa in ogni Stato membro dell’UE. Sono proprio le norme armonizzate sui prodotti a impedire tali duplicazioni. La frammentazione si sposta piuttosto spesso nell’ambito del prodotto: etichettatura, documentazione amministrativa, trattamento fiscale o condizioni di commercializzazione. L’idoneità tecnica alla commercializzazione è europea; il percorso verso il cliente rimane in parte nazionale. 

Da un punto di vista economico, ciò equivale a una sorta di costo ricorrente di ingresso sul mercato. Un grande gruppo può ripartire questi costi su un fatturato elevato. Per un’impresa di piccole dimensioni, lo stesso onere può determinare se questa avrà accesso o meno a un mercato di sbocco aggiuntivo.

Servizi: la compagna di viaggio chiamata frontiera

Gli ostacoli sono particolarmente evidenti nel settore dei servizi. Una merce può essere trasportata oltre confine; nel caso di un servizio, invece, spesso è necessario impiegare anche personale, competenze o strutture aziendali a livello transfrontaliero. Ed ecco che entrano in collisione diverse normative nazionali.

In uno studio svolto ad agosto 2025, la BCE cita quali scogli tuttora esistenti quali il riconoscimento delle qualifiche professionali, le complesse procedure di autorizzazione e le restrizioni alla prestazione transfrontaliera di servizi. Inoltre, i progressi nell’integrazione procedono con particolare lentezza nei servizi connessi alle imprese, nel commercio e nei servizi legati ai trasporti e all’edilizia.

Ciò emerge chiaramente, ad esempio, nel caso di un fornitore di impianti: la vendita del macchinario è solo una parte dell’attività. Il montaggio, la messa in servizio e la manutenzione richiedono l’intervento di personale specializzato in loco. Le diverse procedure di registrazione, i requisiti di qualifica e le disposizioni in materia di diritto del lavoro possono quindi complicare l’erogazione del servizio, pur essendo il prodotto stesso soggetto a norme ampiamente armonizzate. Per il cliente, tuttavia, ciò che conta è il pacchetto complessivo, non la distinzione giuridica tra bene e servizio.

E questo frena anche l’industria. La sua competitività, infatti, non dipende solo dallo stabilimento, ma anche dalla disponibilità di servizi informatici, logistici, finanziari e di ingegneria.

Fiscalità e capitali: l’euro da solo non crea un mercato unico

Anche per quanto riguarda l’imposta sul valore aggiunto, l’UE rimane un intreccio di sistemi nazionali all’interno di un quadro comune. Le differenze a livello di norme e procedure comportano oneri aggiuntivi nell’attività transfrontaliera. Esistono differenze anche in materia di tassazione delle imprese, rendicontazione contabile e diritto fallimentare. Un’impresa non può quindi impostare la propria espansione semplicemente come un ampliamento del proprio mercato interno, ma deve gestire ulteriori spazi giuridici.

Lo stesso vale per il capitale. Una moneta unica elimina il rischio di cambio tra i Paesi aderenti. Non uniforma però né le procedure di insolvenza, né il diritto dei valori mobiliari, né tutte le prassi di vigilanza. Le analisi allegate sottolineano inoltre la frammentazione del sistema europeo di operazioni in titoli e la complessità dei rimborsi delle ritenute alla fonte. Il capitale può attraversare i confini, ma deve comunque continuare a passare attraverso le procedure nazionali.

Questo rappresenta più di un problema per il settore finanziario. Se i risparmi non vengono convogliati nel modo più efficiente possibile verso investimenti produttivi, a risentirne sono le opportunità di finanziamento e la crescita delle imprese. Soprattutto le giovani imprese con attivi immateriali hanno bisogno di capitale proprio che non sia circoscritto al loro mercato nazionale di origine. Il FMI vede quindi nella limitata integrazione dei mercati dei capitali un ostacolo all’innovazione e alla scalabilità.

Le frontiere invisibili hanno un prezzo, ma non sono dei veri e propri dazi

Quanto è alto il prezzo da pagare? Uno studio della BCE stima che le restanti frizioni commerciali intraeuropee corrispondono a un equivalente tariffario del 67% per le merci e di circa il 95% per i servizi. Le cifre evidenziano che, dal punto di vista economico, un confine nazionale continua a fare una differenza significativa rispetto a una transazione sul mercato interno.

Ma a nostro avviso esse richiedono un’attenta interpretazione. Non sono né dazi effettivamente applicati né costi burocratici calcolati su ogni fattura. Le stime basate su modelli tengono conto anche di fattori quali le diverse preferenze di consumo, le relazioni commerciali consolidate e la limitata commerciabilità di determinati servizi. In aggiunta, i risultati sono fortemente sensibili ai dati e ai metodi di calcolo utilizzati. Riteniamo che presentare l’intero attrito stimato come un onere di natura amministrativa e completamente sopprimibile possa essere economicamente sostenibile solo entro certi limiti.

Il dato attendibile emerso è quindi meno spettacolare, ma non per questo privo di significato. Al contrario: le differenze nazionali evitabili limitano la dimensione effettiva del mercato fruibile. Le aziende hanno un numero inferiore di clienti a cui rivolgersi, ripartiscono i costi di sviluppo e di amministrazione su volumi di vendita ridotti e tendono a rinunciare all’espansione. In questo modo, la frammentazione amministrativa si trasforma in un problema di produttività. Non tutte le specificità nazionali sono inefficienti. Lo diventano laddove, a parità di obiettivo di tutela, creano costi aggiuntivi senza produrre un corrispondente beneficio.

Cosa percepiscono già adesso le imprese svizzere

Per gli esportatori svizzeri occorre distinguere due livelli: le condizioni tra la Svizzera e l’UE e i restanti ostacoli all’interno dell’UE. Entrambi hanno un impatto sull’attività commerciale, ma non possono essere rimossi con gli stessi strumenti (vedi grafico).

Al primo livello, il riconoscimento reciproco apporta un vantaggio economico concreto. L’accordo sul reciproco riconoscimento in materia di valutazione della conformità (MRA) evita doppie verifiche nei settori contemplati. Una valutazione riconosciuta della conformità svizzera può quindi essere sufficiente per l’ingresso sul mercato. Ciò riduce i costi e i tempi di immissione sul mercato.

Al secondo livello, permangono i requisiti nazionali che si trovano ad affrontare anche le imprese dell’UE. Un accesso agevolato non li elimina. Sin da oggi le imprese svizzere devono pertanto pianificare le loro attività in Europa tenendo conto di diverse dimensioni:

  • In primo luogo, l’UE va considerata come un’area di sbocco, ma non ovunque come un mercato di distribuzione omogeneo. Ulteriori Paesi generano ulteriori entrate, e spesso ulteriori oneri legali, fiscali e amministrativi. Soprattutto per le PMI può essere economicamente ragionevole aprire i mercati in modo graduale, anziché confondere la portata nominale con una presenza redditizia. Questa è la conseguenza economica dei costi fissi documentati e delle differenze normative nazionali.
  • In secondo luogo, il calcolo deve prendere in considerazione l’insieme dei servizi offerti. Chi vende una macchina, ma per organizzarne la manutenzione nel Paese di destinazione deve giocoforza affrontare un notevole dispendio aggiuntivo, non dispone ancora di un modello di business scalabile dall’inizio alla fine. Di conseguenza, è importante avere partner locali affidabili, processi di compliance condivisi e una struttura dei prezzi che tenga conto dei costi specifici dei singoli Paesi. Una filiale nell’UE può essere d’aiuto in quest’ottica, ma non risolve automaticamente le differenze tra gli Stati membri.
  • In terzo luogo, la frammentazione si ripercuote indirettamente sui clienti. Se le imprese europee investono meno per le limitate possibilità di scalabilità o le difficoltà di finanziamento, ciò riduce anche le opportunità di vendita per i produttori di macchinari, i fornitori e gli erogatori di servizi svizzeri. Viceversa, un’integrazione più efficace potenzierebbe la base della domanda. Alla Svizzera non interessa quindi solo ottenere condizioni di accesso quanto più favorevoli, ma anche, dal punto di vista economico, la redditività del mercato sottostante.

L’accesso è importante, ma lo è altrettanto il mercato su cui si affaccia

Tornando a un possibile accordo quadro tra la Svizzera e l’UE: il concetto di «accesso al mercato interno» descrive un rapporto di valenza economica. Ma non può suggerire l’idea che dietro questa porta svaniscano tutte le differenze nazionali.

Altrettanto errata sarebbe la conclusione opposta: un mercato unico incompleto non priva di valore un accesso agevolato. L’eliminazione delle doppie verifiche e condizioni più affidabili rimangono vantaggi economici – anche se permangono altri ostacoli. L’accesso e l’integrazione interna sono due grandezze diverse. Entrambi determinano il grado di realizzabilità effettiva del potenziale del mercato europeo.

Il parametro oggettivo non è quindi sapere se l’Europa funziona allo stesso modo ovunque. Ciò che conta è che le imprese possano crescere oltre i confini senza dover sostenere a più riprese costi oggettivamente superflui. Il mercato unico dell’UE rappresenta un vero e proprio traguardo in fatto di integrazione. Tuttavia, esso mantiene appieno la sua promessa economica solo laddove le dimensioni del mercato comune si traducono in dimensioni di mercato condivisibili.

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