Tutt’altro che conclusa la diatriba sui dazi con gli USA
Le autorità commerciali USA hanno avviato indagini con lo scopo di introdurre dazi permanenti sulla base di presunte distorsioni della concorrenza e del libero scambio a opera di numerosi partner commerciali. La Svizzera non fa eccezione.
È già passato quasi un anno da quando, armato di lavagna, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato i cosiddetti dazi reciproci nel Rose Garden della Casa Bianca. Il 2 aprile 2025, il Liberation Day, era ormai chiaro a tutti che Trump stava facendo sul serio riguardo ai dazi. Da allora di cose ne sono accadute: sospensione temporanea, accordi commerciali, ulteriori minacce, modifiche dei dazi doganali per esercitare pressione politica, fino alla sentenza pronunciata dalla Corte Suprema il 20 febbraio con cui la massima autorità giudiziaria ha dichiarato illegali i dazi reciproci, in quanto privi di una base giuridica valida e subordinati alla previa approvazione del Congresso.
È stato un duro colpo per Trump, che ha immediatamente imposto un dazio globale del 10%, seppur limitato a 150 giorni e con il mantenimento delle esenzioni già in corso, come i prodotti chimici e farmaceutici. La situazione per la Svizzera è quindi leggermente migliorata dopo lo spavento dell’aliquota del 39% imposta lo scorso agosto e la riduzione al 15%, grazie a una dichiarazione d’intenti che prevede negoziati per la conclusione di un accordo commerciale.
Sussiste il rischio di un nuovo inasprimento
Anche se la politica doganale USA è passata un po’ in secondo piano a causa del conflitto in atto contro l’Iran, la posizione della Svizzera non è ancora del tutto ben definita. L’incertezza che aleggia sulla politica commerciale degli Stati Uniti è elevata e la forma concreta delle misure attuali e future resta poco chiara. Il Consiglio federale ha così deciso di proseguire i negoziati anche dopo la sentenza della Corte, nella speranza di creare una base giuridica chiara e vincolante per il commercio con gli USA. Dal canto loro, con l’introduzione delle tariffe temporanee globali, gli Stati Uniti si sono presi il tempo di condurre indagini sulle pratiche commerciali sleali ai sensi della Sezione 301 del Trade Act, che consentirebbero al governo statunitense di imporre dazi specifici per Paese.
Tra i sospetti si annoverano i principali partner commerciali degli Stati Uniti come l’Eurozona, il Giappone, il Regno Unito, la Cina e la Svizzera. A questi Paesi viene contestato di causare distorsioni nel commercio con gli Stati Uniti a causa di sovraccapacità strutturali, intese come una capacità produttiva che, grazie agli interventi statali, supera la domanda interna e mondiale. Ne sono indizi l’esistenza di un surplus commerciale e presunte manipolazioni valutarie messe in atto dalla Banca nazionale per indebolire la moneta nazionale. La Svizzera soddisfa pienamente la prima condizione, anche se il surplus commerciale non è ottenuto mediante sovvenzioni statali. Lo Stato si adopera per mantenere delle buone condizioni quadro per l’economia e si astiene in larga misura dalla politica industriale. Resta da chiedersi se gli USA possano considerare sleali gli interventi valutari della BNS, che ufficialmente persegue solo l’obiettivo della stabilità dei prezzi e, in tale contesto, interviene all’occorrenza sul mercato valutario. In realtà, lo scorso autunno gli Stati Uniti e la Svizzera hanno firmato una dichiarazione non vincolante che consente tali misure a determinate condizioni.
Stati Uniti preoccupati delle condizioni di lavoro
C’è anche una seconda indagine avviata dagli USA per verificare la gestione del lavoro forzato lungo la catena di approvvigionamento. In questo contesto, l’Ufficio del rappresentante commerciale degli Stati Uniti potrebbe toccare un punto dolente, poiché la Svizzera, a differenza dell’UE, non dispone di una legge esplicita che vieta l’importazione di merci prodotte con il ricorso al lavoro forzato. La responsabilità sociale dei controlli è lasciata alle imprese e ancora di recente il Consiglio degli Stati ha respinto una proposta che chiedeva di inserire nell’accordo di libero scambio con la Malaysia un divieto di importazione di tali merci.
All’amministrazione Trump non sembra interessare tanto l’etica e la responsabilità sociale delle imprese, quanto trovare una base giuridica solida che consenta l’introduzione definitiva dei dazi. Sebbene Trump abbia annunciato compiaciuto che le entrate doganali sarebbero state così elevate da consentire sgravi fiscali e la riduzione del debito pubblico, questa è una prospettiva che non rispecchia la realtà. Nonostante nel 2025 le entrate dei dazi abbiano registrato un significativo aumento raggiungendo i 289 miliardi di USD, l’incremento è ben lungi dall’essere sufficiente per una sostanziale riduzione di un deficit pari a oltre 1700 miliardi di USD. Per di più, gran parte delle entrate doganali è stata riscossa illegalmente e sono già stati avviati i primi procedimenti giudiziari di richiesta di rimborso. Ne sono interessate anche le aziende svizzere che, tramite le loro filiali statunitensi, hanno versato dazi doganali per circa 2 miliardi di USD.
Tra dazi e prezzi dell’energia in crescita
Nonostante l’aumento degli oneri doganali, l’economia svizzera ha dato prova di resilienza e non è entrata in recessione. Le prospettive per l’anno in corso rimangono tuttavia cupe e prevediamo una crescita economica inferiore alla media. Sarà determinante l’entità dell’impennata dell’inflazione a livello mondiale, frutto del recente forte aumento dei prezzi. Anche se per la Svizzera non prevediamo un aumento significativo dell’inflazione grazie al franco forte, i principali partner commerciali come l’UE e in particolare la Germania sono molto più sensibili agli aumenti dei prezzi dell’energia, il che graverà sulla loro domanda di beni e servizi svizzeri.
(Foto: Keystone / Laurent Gilliéron)
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