Valutazioni del mercato

Nell’occhio del ciclone?

Il commercio estero svizzero è sotto pressione. È evidente a tutti, almeno dall’introduzione dei dazi USA. Ma sperare nei partner europei potrebbe rivelarsi ingannevole.

Santosh Brivio
Pubblicato
Tempo di lettura: 5 minuti

39 per cento. È questa l’aliquota dei dazi imposti da Donald Trump su gran parte delle esportazioni svizzere verso gli Stati Uniti. Ne rimangono esclusi (per il momento?) i prodotti farmaceutici e l’oro. Nonostante questo regime speciale riservato a gruppi di prodotti essenziali, i dazi statunitensi sono una spina nel fianco per l’economia locale delle esportazioni. In fin dei conti, gli Stati Uniti sono il nostro acquirente singolo più importante.

È però azzardato affermare che l’economia svizzera sarebbe, in linea di principio, in grado di assorbire questo onere. Non senza conseguenze, ma con danni gestibili. I consumi interni, estremamente importanti per la crescita, rimangono solidi e, essendo un’economia strettamente interconnessa con l’Europa, i partner commerciali europei possono quantomeno attenuare la pressione esercitata sull’apporto del commercio estero.

Se non fosse per il «se»...

Se questi fossero in condizioni economiche relativamente sane. Il che ci porta a un piccolo ma decisivo «se». Infatti, la situazione economica in Europa è tutt’altro che rosea. Ciò è evidente non solo a livello paneuropeo, ma anche guardando ai Paesi confinanti.

A cominciare dalla Germania, di gran lunga il nostro partner commerciale più importante in Europa. Quello che un tempo era il motore indiscusso dell’Unione europea sembra da tempo piuttosto un cavallo da tiro zoppicante, che fa fatica a ritrovare il passo giusto. La crescita è stagnante anche quest’anno e di recente è persino tornata in territorio negativo. È già svanito il clima di riforme e di rinnovamento che ha fatto seguito al governo Scholz, i problemi strutturali permangono e per il terzo anno consecutivo si profila la minaccia di una contrazione economica.

Il gatto francese si morde la coda da solo

In una situazione estremamente tesa sembra versare anche il nostro vicino occidentale. Il 10 settembre il premier François Bayrou rischia infatti di inciampare sul voto di fiducia all’Assemblea nazionale francese. Bayrou, in carica solo dalla fine di dicembre 2024, potrebbe quindi andare incontro alla stessa sorte del suo predecessore Michel Barnier, il cui periodo di carica era durato tre mesi appena.

A forgiare il destino politico di Barnier e Bayrou sono stati gli sforzi per attuare riforme urgenti in un Paese apparentemente incapace di metterle in atto. Attualmente, fra i francesi si diffonde il malcontento per l’intenzione del governo di abolire due giorni festivi. Una misura del genere non sarebbe nemmeno la famosa goccia nell’oceano. La seconda economia europea soffre da anni di strutture economiche rigide, sfide sociali e demografiche e una politica di bilancio sfrenata. La domanda di consumi privati rimane contenuta nonostante il calo dell’inflazione, e il bilancio pubblico, che non è mai (!) stato in pareggio, registrerà anche nel 2025 un pesante deficit.

Non c’è da stupirsi, quindi, che il debito pubblico francese stia schizzando a livelli sempre più vertiginosi (di recente circa il 114% del PIL), rendendo sempre più urgente la necessità di dolorose misure di risanamento. Ma poiché queste non trovano ascolto presso una cittadinanza incline alle proteste, ecco che il gatto si morde la coda con conseguenti effetti negativi sugli investimenti e sulla crescita.

Italia: la politica si stabilizza, i problemi restano

Rispetto alla Francia, la situazione in Italia appare insolitamente stabile. Dopo sei governi nel giro di dieci anni – 71 dalla fine della II guerra mondiale – con Giorgia Meloni, al potere da quasi tre anni, a Roma è ormai giunta una sorta di stabilità.

Ma nemmeno questa continuità politica riesce a mascherare la crisi economica della terza economia dell’Eurozona. La crescita è debole e al di sotto della media europea. Il debito pubblico dilagante (circa il 138% del PIL) e i conseguenti elevati costi degli interessi stanno soffocando sempre di più lo Stato italiano. Gli investimenti nelle infrastrutture, alcune fatiscenti, si rivelano quindi difficili, mentre la disoccupazione rimane elevata, soprattutto nel Mezzogiorno.

Il fascino austriaco è ancora presente. E anche i prezzi elevati dell’energia

Rimane l’Austria. Il vicino orientale della Svizzera affronta una situazione congiunturale persistentemente difficile. Dopo due anni di performance economica in calo, la repubblica alpina si avvia verso una stagnazione nel 2025. Può sembrare un fattore di stabilizzazione, ma la strada verso la ripresa sarà probabilmente lunga e accidentata e sarà anche segnata da molte incertezze.

Il tasso di disoccupazione si attesta infatti a un livello nettamente alto, pari al 7,5% circa, gli elevati prezzi dell’energia sono un onere costante per l’industria e per le famiglie (un 30% in più rispetto all’inizio dell’anno), il disavanzo di bilancio è relativamente alto e la domanda interna è sotto pressione. In questi frangenti non è prevedibile un rientro rapido e duraturo sulla strada della crescita.

Da evitare assolutamente i rischi di una concentrazione geografica

Che si tratti di Germania, Francia, Italia o Austria, la situazione economica dei nostri vicini, come in gran parte d’Europa, è, nella migliore delle ipotesi, tesa. Le difficoltà economiche, unite a problemi strutturali e a una (certa) paralisi politica, creano una situazione di partenza scomoda che offre poche speranze di una rapida ripresa. Di conseguenza, sono piuttosto scarse le possibilità dei partner commerciali europei di compensare, per così dire, le avversità che il settore delle esportazioni svizzero deve affrontare nel commercio con gli USA.

Per questo è ancora più importante per la Svizzera puntare alla massima diversificazione geografica nel commercio estero. Nei limiti del fattibile, dovrebbe evitare che le turbolenze congiunturali e/o politiche (commerciali) di alcuni partner commerciali possano diventare in generale una minaccia esistenziale. Se il nostro Paese riuscirà in questo intento, non dovrà preoccuparsi eccessivamente dei futuri cicloni che potrebbero abbattersi sui Paesi vicini e lontani. Perché, come si sa, nell’occhio del ciclone la situazione rimane sempre relativamente tranquilla.

(Foto Keystone / Peter Klaunzer)

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