Sempre più precaria la situazione in Francia
La Francia si trova ad affrontare una situazione finanziaria sempre più precaria caratterizzata da un debito da record, rendimenti obbligazionari in aumento e incapacità di attuare riforme politiche. Non è ancora troppo tardi per cambiare rotta, ma non è ciò che lasciano intravedere le prospettive.
Alla fine di settembre l’Agence France Trésor, l’ente francese che gestisce le casse dello Stato, ha annunciato l’intenzione di raccogliere il prossimo anno la cifra record di 340 miliardi di euro sui mercati dei capitali, al fine di consentire il rifinanziamento dei titoli di Stato in scadenza e far fronte al deficit di bilancio previsto. Con un debito complessivo di circa 3600 miliardi di euro, la Francia detiene il primato dell’indebitamento tra i Paesi dell’Eurozona: è l’equivalente di circa il 119% del prodotto interno lordo (PIL).
Nel quadro della tendenza globale al rialzo dei rendimenti sui mercati obbligazionari, quello delle obbligazioni francesi a lungo termine è salito oltre il 4,8%. A differenza degli Stati Uniti, la maggior parte del debito pubblico in essere è costituita da titoli con scadenze a medio-lungo termine che non richiedono un rifinanziamento immediato in un contesto caratterizzato da tassi in aumento. La remunerazione media si attesta quindi al 2,2%, quasi 1 punto percentuale in meno rispetto agli USA.
Sempre più inquieti i mercati
All’orizzonte si fanno tuttavia più cupe le nuvole che incombono sulla sostenibilità di questa situazione nel tempo. La questione è soprattutto la velocità con cui si accumula il debito, alimentata dai deficit persistenti e dall’incapacità politica di attuare riforme. Al momento è più facile colmare il divario di bilancio ricorrendo a emissioni sempre più consistenti di titoli di Stato.
Nel corso del secondo mandato del presidente Emmanuel Macron (5 anni), il fabbisogno di capitale è cresciuto di ulteriori 80 miliardi. Ma basta poco per intaccare la fiducia dei creditori. Nel primo semestre del 2026, il PIL francese ha subito una contrazione ed è rimasto nettamente al di sotto dei valori dell’Eurozona: le prospettive di un aumento dei tassi d’interesse, che si sommano a un’economia già indebolita, lasciano temere una riduzione del gettito fiscale e quindi un ulteriore ampliamento del deficit pubblico. Questo, unito al fatto che da 50 anni (!) la Francia spende costantemente più di quanto incassi, genera nervosismo sui mercati, che scontano premi di rischio più elevati.
Interessante è il confronto con la Grecia, nazione fortemente indebitata: un tempo sull’orlo della bancarotta, ha intrapreso un percorso di profonde riforme: il rapporto debito/PIL resta elevato, ma è in continuo calo. Attualmente i titoli di debito greci a lungo termine hanno un rendimento inferiore di ben 30 punti base a quelli francesi. Non è il livello assoluto, bensì la direzione di marcia a sembrare determinante per stabilire l’entità del premio al rischio.
Negoziati difficili per il bilancio 2027
Entro il 6 ottobre il governo guidato da Sébastien Lecornu dovrà presentare al Parlamento il bilancio previsto per il prossimo anno. In assenza di ulteriori misure, il disavanzo supererebbe il 6,5% del PIL. L’obiettivo del governo è raggiungere un tasso di deficit del 5% mediante tagli alle spese e maggiori entrate. Si tratta però di una missione estremamente ardua, perché il Parlamento è molto frammentato ed è proprio questo il fronte su cui hanno fallito i due precedenti primi ministri. Movimenti di protesta e scioperi sono ormai inevitabili. Il Paese ha imboccato un vicolo cieco politico che impedisce di mettere in campo riforme di ampia portata. Tutto ciò avviene sullo sfondo dell’imminente campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 18 aprile 2027: con la promessa di tagli dolorosi e riduzioni delle prestazioni sociali è difficile vincere le elezioni.
La pressione ad adottare le misure necessarie potrebbe giungere dall’alto. Il rapporto deficit/PIL è nettamente superiore alla soglia del 3% fissata dal Patto di stabilità e crescita dell’Unione europea. Inoltre, nei confronti della Grande Nation è già in corso una procedura per deficit eccessivo, che dovrebbe porre un freno alla crescita della spesa pubblica francese. Se ciò avrà effetto anche in futuro dipenderà anche dall’orientamento politico del prossimo capo di Stato. L’ascesa di forze conservatrici di destra come Rassemblement National solleva dubbi sulla volontà di dare ascolto alle richieste di Bruxelles.
L’ultima parola spetta al mercato... e alla BCE
Alla fine saranno i meccanismi di mercato a esercitare la dovuta pressione, come ben ricorda la fugace premier Liz Truss. La reazione brusca dei mercati obbligazionari pose allora fine, in modo repentino, alla pianificazione di un programma governativo fortemente finanziato dal debito – e contemporaneamente al mandato di Liz Truss.
Potrebbe andare diversamente se la Banca Centrale Europea (BCE) tornasse ad operare sul mercato. A meno che la BCE non intervenga nuovamente sui mercati. In effetti, gli strumenti della BCE prevedono programmi di acquisto di titoli come il Transmission Protection Instrument (TPI), volti a garantire una trasmissione ordinata della politica monetaria nell’area dell’euro. In termini meno tecnici, ciò significa che la BCE potrebbe acquistare titoli di Stato di Paesi membri le cui condizioni di finanziamento si sono deteriorate per ragioni non riconducibili a condizioni specifiche della nazione in questione. Ne sono un esempio le grandi speculazioni. Tuttavia, sembra esserci un elevato scoglio da superare per poter intervenire. In primo luogo, l’andamento dei rendimenti è conseguenza della politica fiscale francese e, in secondo luogo, un intervento troppo rapido a sostegno della Francia potrebbe creare dei falsi segnali per gli altri Stati membri, spingendoli a non attenersi alle regole sul debito. Di conseguenza, il TPI potrebbe essere impiegato solo se il rischio di contagio per l’Eurozona nel suo complesso diventasse troppo elevato.
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