Interessi, biscotti alla cannella e bilanci intermedi
L’anno volge al termine e sul dibattito economico cala un’insolita calma. Per quanto l’atmosfera possa essere in sintonia con il periodo natalizio, non è affatto scontata. Per noi un motivo sufficiente per riflettere bene su questo punto sorseggiando una tazza di vin brûlé (e sulla necessità reale che le prossime previsioni sui tassi d’interesse debbano essere pronte già a inizio gennaio).
Ci sono settimane in cui gli argomenti si impongono letteralmente: interventi sui tassi d’interesse, turbolenze valutarie, tensioni geopolitiche. E poi ci sono questi ultimi giorni prima di Natale in cui ci si chiede se ci sia davvero bisogno di un saggio economico per ribadire che la curva di Phillips potrebbe non essere dopotutto una campana natalizia. Probabilmente no.
Una conclusione impregnata di dolcezza natalizia
Ecco perché oggi vi porto qualcosa di più leggero. Per così dire, un bilancio economico intermedio che sa di cannella: il 2025 è stato un anno di note sia forti che sommesse. Spostamenti tettonici, come la politica doganale ed estera di Donald Trump, si sono alternati a sviluppi incrementali, ad esempio il calo dell’inflazione in Europa. Tra i cambiamenti perlopiù timidi si annovera non da ultimo anche il cambio di rotta deciso dalla Fed. La banca centrale statunitense si è lasciata alle spalle il picco dei tassi d’interesse e ha avviato un cauto ciclo di tagli dei tassi, esitante, quasi diffidente del proprio successo. Il tasso di disoccupazione è leggermente aumentato, ma partendo da livelli storicamente bassi, e il mercato azionario – sempre più abituato alle misure di sostegno monetario – ha reagito a ogni conferenza stampa della Fed come se il miracolo del Natale dipendesse dallo stesso Jerome Powell.
In Europa, come spesso accade, la scena è rimasta più statica: la BCE si è mostrata combattuta tra la debolezza della crescita, la frammentazione politica e la dipendenza dal ciclo dei tassi di interesse USA. L’Italia deve fare i conti con i suoi debiti, la Germania con la sua sobria essenza. L’economia è in difficoltà, l’industria è alla ricerca di energia. E in questo continente un po’ affaticato regna sovrano il franco, non maestoso, ma saldo, come un villaggio montano che conosce il Föhn sempre meglio dei modelli meteorologici.
Un motore non da corsa ma affidabile
Cioè la Svizzera. Piccola, ma non insignificante. Certo non invulnerabile dal punto di vista economico, come ha dolorosamente dimostrato la recessione del terzo trimestre. Ma nel complesso così stabile da sembrare quasi antiquata. È vero che l’inflazione è nel limite inferiore della fascia obiettivo della BNS, quindi a un soffio dalla temuta deflazione. L’assopimento dell’inflazione è però in gran parte una conseguenza del franco forte. E la solidità che vanta la moneta svizzera è a sua volta frutto di una fiducia internazionale sempre elevata nella stabilità politica, economica e istituzionale del nostro Paese. Ci troviamo quindi a fronteggiare un effetto collaterale indesiderato di una causa più che positiva.
Se si esclude la contrazione economica del trimestre autunnale – non del tutto sorprendente dato lo shock dei dazi USA – la Svizzera continua a presentare un quadro economico robusto, che poggia su solide fondamenta. Pur non girando ai regimi elevati di un’auto da corsa, il suo motore è comunque costante e affidabile: la persistente forza del franco, i dazi USA, la debole domanda europea, tutto questo può causare un inceppamento temporaneo del motore, ma non c’è stata e non c’è la minaccia di un arresto totale.
La calma è la carta vincente...
In questo senso, nell’ottica elvetica sorge effettivamente la domanda: cosa rimane di un esercizio economico che, nonostante il contesto difficile, è stato segnato da una pacatezza quasi tipicamente svizzera? Forse proprio questo. Ragionevolezza, costanza, fiducia nelle istituzioni: tutte virtù silenziose che si apprezzano solo quando vengono a mancare.
A mio parere, anche nel 2025 la Svizzera ha dimostrato che la stabilità non è un caso. Nasce dalla struttura, ma anche dalla cultura, dal pragmatismo sereno di una cittadinanza che non ama né l’isteria né le belle parole. Mentre altrove cresce la sfiducia nei confronti delle banche centrali o delle élite politiche, nel nostro Paese la BNS rimane sostanzialmente incolume. Non perché sia infallibile, ma perché pratica la rara arte non solo di esigere la fiducia, ma di sapersela guadagnare.
...nonostante le grandi sfide
Naturalmente non sarei un rappresentante della mia categoria professionale se non trovassi dei lati oscuri. E sì, questi non mancano anche a fine anno. La produttività ristagna, l’invecchiamento della popolazione avanza, l’andamento dei costi del mercato immobiliare e della sanità è (non si può dire altrimenti) in gran parte fuori controllo, nella previdenza per la vecchiaia regna di fatto un’incapacità di attuare riforme (anche qui non si può ricorrere a eufemismi) e i rischi globali – dalle fratture geopolitiche alle politiche climatiche non ancora mature – non svaniscono solo perché l’anno è nella sua fase contemplativa e i mercati sono, da quella che per così dire sembra ormai un’eternità, in un’atmosfera prenatalizia.
Ma forse non è il momento di essere allarmisti. Forse il pensiero economico si concentra troppo raramente su ciò che funziona e troppo spesso su ciò che manca. In fin dei conti, l’economia non è un oracolo, ma un sistema di coordinamento umano, un tentativo di incanalare il caos del mondo in percorsi funzionali. Se quindi, nonostante le crisi, gli strascichi di una pandemia o gli shock tariffari, riusciamo a vivere un anno che sia anche solo... stabile, non possiamo parlare di noia. È un privilegio. Un privilegio che va preservato, con lungimiranza, ma anche con un pizzico di sobrietà.
Più noia che auguri di Buon Anno? Assolutamente sì!
Ma con tutta la sobrietà e la pacatezza, naturalmente giunti al massimo a metà dicembre si è curiosi e impazienti di sapere cosa ci riserverà il prossimo anno. Cosa porterà dunque il 2026? Sul piano economico probabilmente niente di spettacolare. L’economia mondiale cresce lentamente, le pressioni inflazionistiche rimangono sotto controllo a livello internazionale e in Svizzera sono per il momento molto, molto deboli. Il franco non perderà la sua aura di ancora di stabilità e manterrà la sua solidità o addirittura la rafforzerà leggermente. Tutt’al più, la BNS ridurrà ancora un po’ il suo bilancio, forse la Fed ci sorprenderà con una mossa poco coordinata, probabilmente vedremo in Europa una nuova tornata di dibattiti sui finanziamenti di cui nessuno potrà proclamarsi vincitore.
Come vedete, ovviamente neanch’io ho la sfera di cristallo. Ma dato che è Natale, mi permetto almeno un desiderio: qualunque cosa accada, prevista o inaspettata che sia, che avvenga con moderazione. I periodi turbolenti, i cambiamenti radicali e i grandi sconvolgimenti sono certamente interessanti dal punto di vista professionale. Ma, detto tra noi, anche un Senior Economist ogni tanto desidera che il futuro rimanga noiosamente ragionevole.
Una breve pausa
Ora devo ammettere di aver assunto toni un po’ insoliti. Ma nel periodo dell’Avvento e nell’ultimo «Punto focale» dell’anno, mi perdonerete, no? E prometto che nel nuovo anno tornerò a scrivere in modo più sobrio – di tassi d’interesse reali, politica monetaria, crescita economica, indebitamento e, naturalmente, dell’eterno dibattito se il franco svizzero sia sopravvalutato o semplicemente benvisto.
Ma non oggi. Oggi vi invito a concedervi un momento di pacatezza economica. A essere consapevoli che i prezzi stabili, le politiche prevedibili e un sano scetticismo non sono nulla di scontato. E che a volte basta fermarsi un attimo prima di rituffarsi nei fogli Excel e nei modelli economici o, per così dire, nel terminale Bloomberg.
In questo senso, vi ringrazio per l’interesse dimostrato durante tutto l’anno e vi auguro buone feste, e per qualche giorno niente grafici, niente valanghe di dati e niente previsioni. E un nuovo anno che possa essere di nuovo così tranquillo da permetterci, anche al di fuori del periodo natalizio, di trovare il tempo per discutere di biscotti alla cannella invece che di crisi.
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