Groenlandia e non solo: la geopolitica è una partita di poker
La politica internazionale assomiglia sempre più a una partita di poker. Solo chi conosce le proprie carte, sa valutare l’avversario e ha un’alta credibilità può permettersi di bluffare ogni tanto. Il discorso vale non solo per la disputa sulla Groenlandia, ma anche per la Svizzera.
Giocate a poker? Allora, e ovviamente solo allora, saprete bene come si bluffa. Nel poker, infatti, il bluff può essere una strategia del tutto appropriata quando l’avversario non è in grado di valutare con certezza né le vostre carte né i vostri nervi. Nel migliore dei casi, riuscirete a fargli passare la mano senza dover mai mostrare la vostra mano debole.
Se trasferiamo il poker alla teoria dei giochi – un approccio matematico all’analisi del processo decisionale razionale – ci troviamo di fronte a un classico gioco di informazione: un giocatore conosce la «qualità» delle proprie carte, l’altro no; entrambi cercano di dedurre la vera forza della mano dell’avversario dalle puntate, dai gesti e dalle reazioni. Chi commette sistematicamente errori di valutazione – sia della propria posizione che di quella dell’avversario – alla lunga non solo perde singole mani, ma interi tornei.
Dal tavolo da poker alla geopolitica
Esaminiamolo meglio: nei modelli semplici della teoria dei giochi, un giocatore ha una mano forte oppure debole e sceglie una strategia – giocare onestamente o bluffare (vedi grafico). L’avversario non vede le carte, ma solo la puntata e deve decidere, sulla base delle probabilità, se «vedere» o passare. Un bluff funziona se sono soddisfatte due condizioni: in primo luogo, l’avversario deve quanto meno considerare seriamente la possibilità che la mano sia davvero forte. In secondo luogo, chi bluffa deve vincere nella media, anche se alcuni bluff vengono scoperti e possono costare cari.
Se applichiamo queste riflessioni alla politica estera, al posto delle carte troviamo la combinazione di forza militare, potere economico, alleanze e risolutezza politica. Le puntate non sono gettoni, ma dazi doganali, sanzioni, mobilitazioni di truppe e minacce diplomatiche. E invece di una partita a poker, si svolge un gioco ripetitivo che si protrae, in cui gli attori si osservano, imparano e prendono nota di chi tende a esagerare. Chi bluffa spesso e viene regolarmente scoperto perde la risorsa più importante in questi giochi: la credibilità.
La mano debole dell’Europa
Nella disputa sulla Groenlandia – nonostante il recente allentamento delle tensioni, continuo a essere scettico sul fatto che sia stata effettivamente risolta, vista la condotta erratica di Donald Trump – l’Europa può essere paragonata a un giocatore con una mano debole che cerca comunque di apparire forte. La Groenlandia è strategicamente molto importante: controlla gli accessi centrali nella cintura di sicurezza dell’Atlantico settentrionale, ospita importanti sistemi di radar e di allarme rapido ed è diventata il teatro della nuova lotta tra grandi potenze nell’Artico. Washington considera da tempo l’isola parte integrante della propria architettura di sicurezza, non un’appendice negoziabile della sovranità europea.
L’Europa, invece, per decenni ha trattato la Groenlandia più come una periferia politicamente delicata che come una priorità strategica. Solo la recente retorica annessionista di Washington, accompagnata da minacce di dazi punitivi, sta costringendo gli europei a riconsiderare la loro posizione. Nel linguaggio del poker: gli Stati Uniti siedono al tavolo con una mano forte – forze armate, alleanze politiche, economia – e lo sanno, mentre l’Europa, in quanto giocatore debole, cerca ora di fingere una puntata credibile con una retorica fragorosa e una «solidarietà» plateale.
Dal punto di vista della teoria dei giochi, si crea uno scenario asimmetrico: se la diatriba sulla Groenlandia entra in una nuova fase, gli Stati Uniti non avranno motivo di credere ciecamente alla puntata dell’Europa, finché quest’ultima non supporterà le proprie minacce con risorse concrete. Senza un fondamento militare ed economico, i segnali di forza non sono altro che un bluff smisurato; un avversario con una solida conoscenza delle carte e con nervi saldi «vedrà» con disinvoltura – ed è proprio ciò che sta accadendo in questo momento.
I bluff ripetuti dell’Europa – e il prezzo da pagare
Perché a Washington sanno bene che l’Europa non solo ha una mano debole nel poker della Groenlandia, ma è stata anche più volte scoperta a bluffare in ambito geopolitico. La lista è tristemente lunga: in Libia l’Europa si è presentata come potenza garante dell’ordine, ma poi si è rapidamente ritirata lasciando il campo ad altri attori. In Siria sono state tracciate delle «linee rosse» senza una seria volontà di difenderle con mezzi militari propri. In Ucraina, prima del 2014, si invocava «l’inviolabilità dell’ordine europeo», ma poi è stata accettata la realtà militare quando questa veniva chiamata in causa. E anche nella tanto sbandierata «autonomia strategica», l’UE è rimasta per anni campione del mondo soprattutto nei documenti programmatici, non nelle capacità.
È uno schema riconoscibile anche in ambito economico: nel conflitto commerciale transatlantico sono state denunciate a gran voce le «inaccettabili misure coercitive», ma poi si è reagito per lo più con cautela e in modo selettivo, semplicemente perché la propria dipendenza dal mercato e dal sistema finanziario USA è maggiore di quanto si possa pubblicamente ammettere. Nell’ottica della teoria dei giochi, questa prudenza è del tutto razionale, ma il problema è la discrepanza tra retorica e realtà. Chi annuncia ripetutamente delle puntate, ma poi non le mette in atto, abitua l’avversario a considerare le minacce future uno sterile bluff.
Proprio questo passato riecheggia nelle trattative sulla Groenlandia. Gli USA vedono un’Europa che parla spesso in termini altisonanti, ma che nella fase decisiva passa alla minimizzazione dei rischi. Agli occhi di Donald Trump, la probabilità che l’Europa affronti seri rischi economici o di sicurezza per la Groenlandia è contenuta. La mano è debole, e quello dall’altra parte del tavolo è notoriamente un giocatore esagerato: ogni giocatore di poker professionista lo riconosce con un sorrisetto.
La teoria dei giochi, una lettura obbligatoria del nuovo ordine mondiale
Questo ci porta a una constatazione amara ma che difficilmente possiamo ignorare: in un ordine mondiale sempre più caratterizzato da prove di forza nella politica commerciale e di sicurezza, il ragionamento della teoria dei giochi passa dall’essere un gioco accademico a una competenza pratica di sopravvivenza. Chi sopravvaluta la propria mano rischia inutili escalation e costose sconfitte. Chi sottovaluta la mano dell’avversario invita alla pressione, al ricatto e a una subdola influenza. Più decisive delle grandi parole sembrano quindi tre domande concrete: cosa siamo veramente in grado di fare? Cosa è veramente in grado di fare l’avversario? E come possiamo convincerlo a prendere sul serio le nostre poche carte forti?
Per l’Europa questo significa: meno indignazione simbolica, più contabilità strategica. Se si vuole inviare un segnale serio di una maggiore disponibilità ad agire sono necessarie capacità reali, che vanno da una capacità di difesa credibile a solidi strumenti per contrastare le pressioni economiche, senza dimenticare una graduale riduzione delle dipendenze chiave. Se queste capacità non sono (ancora?) presenti, sarebbe più saggio definire con maggiore precisione il proprio ruolo, piuttosto che tentare di fare sfoggio di potere. In un gioco che si ripete, una puntata piccola ma affidabile è spesso più preziosa di un grande bluff che viene smascherato ogni volta.
La Svizzera ai margini del tavolo – e nel bel mezzo del gioco
Cosa significa questo per la Svizzera che, pur non partecipando direttamente alla partita a poker per la Groenlandia, siede comunque al tavolo da gioco? Al tavolo dell’ordine europeo al quale partecipano sia gli Stati Uniti che l’Unione europea? Mi sembra importante che il nostro Paese sia consapevole che le relazioni internazionali sono una sorta di poker. Anche nella definizione dei rapporti con l’Europa, la Svizzera deve essere cosciente di trovarsi di fronte a un avversario scaltro, un attore che persegue i propri interessi con freddezza, che possiede talvolta carte più forti e che ha imparato che, se necessario, l’indignazione morale e le sottigliezze istituzionali possono essere messe da parte.
Ai fini della politica estera ed economica della Svizzera ne consegue in primo luogo che è imprescindibile osservare con obiettività la propria mano. La Svizzera ha effettivamente delle leve nei confronti dell’UE? Quali? Quanto è vulnerabile la piazza finanziaria, quanto sono diversificati i mercati di esportazione, quanto è ampio il margine di manovra in fatto di regolamentazione e fiscalità? Ma occorre anche identificare le carte vincenti che si hanno in mano. Come si può sfruttare al meglio la stabilità politica, l’elevata produttività con l’eccellente qualità, la solidità finanziaria o un mercato del lavoro attraente?
In secondo luogo, la Svizzera ha bisogno di un quadro molto chiaro delle carte con cui gioca l’UE: l’accesso al mercato, la sovranità normativa, la pressione istituzionale, l’isolamento politico costituiscono senza dubbio un arsenale che sortisce i propri effetti anche senza eclatanti minacce. Allo stesso tempo non vanno dimenticate le carte deboli dell’UE: un’eccessiva regolamentazione, le debolezze strutturali, le preoccupazioni per la crescita, le tendenze all’indebitamento eccessivo o i fenomeni di stallo politico in importanti Stati membri – anche l’Europa ha in mano molte carte che preferirebbe non avere. Ciò che però non la rende un giocatore meno agguerrito. Nei confronti dell’Europa, la Svizzera si trova in una situazione simile a quella dell’Europa nei confronti degli USA: il tentativo di fare impressione con indignazione puramente dimostrativa è una fatale confusione tra politica interna e strategia.
In terzo luogo, la Svizzera dovrebbe cedere il meno possibile alla tentazione di bluffare. Non perché la moderazione sia particolarmente etica, ma perché a questo tavolo il bluff di un Paese aperto e solo di medie dimensioni viene di solito smascherato più facilmente di quanto si possa desiderare. Per rimanere nella metafora, la strategia migliore mi sembra quella del giocatore di carte di grande capacità analitica: conoscere con obiettività la propria mano, capire le probabilità dell’avversario, scegliere con cura le puntate – e mostrare durezza solo se, in caso di incertezza, si è davvero in grado di mantenerla. È meno spettacolare della grande performance, ma a lungo termine è decisamente più redditizio.
In breve, la Svizzera non dovrebbe illudersi di poter eclissare il grande show di poker europeo o americano. Il suo vantaggio sta nel comprendere meglio di altri le meccaniche del gioco e nell’evitare mosse affrettate e avventate con le buone carte che ha in mano. Questo non dipende solo dall’avversario, ma anche dalla propria concentrazione sulle cose veramente essenziali. In modo tale che un bluff occasionale – se effettivamente necessario – venga scoperto il meno possibile. In un mondo fatto di partite di poker fra le grandi potenze, questo è forse il modo più discreto, ma strategicamente più intelligente, di rimanere in gioco.
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