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Capacità innovativa, dazi punitivi e Guglielmo Tell: riflessioni sul 1° agosto

Nella ricorrenza della festa nazionale di quest’anno, la Svizzera si trova ad affrontare numerose sfide di politica interna ed estera e sta cercando di trovare il proprio posto in un mondo in evoluzione. A volte, però, si tende a dimenticare l’eccellenza che contraddistingue il nostro Paese in molti settori. Una maggiore consapevolezza è tuttavia utile per costruire un domani fatto di successi.

Santosh Brivio
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Domani è il 1º agosto. E anche se i fuochi d’artificio e i falò dovessero andare a monte – o, per meglio dire, andare in fumo –, una cosa non mancherà nemmeno quest’anno: i discorsi celebrativi che verranno pronunciati in lungo e in largo in occasione del compleanno del nostro Paese. Che siano euforici o cauti, patetici o autocritici, fragorosi o sommessi, sono convinto che oggi molti sindaci, un numero più o meno nutrito di personaggi famosi e figure del mondo politico ed economico stiano ancora meditando sulle loro bozze per dare gli ultimi ritocchi al discorso.

Mi trovo in una situazione simile. Perché, naturalmente, anche il nostro Punto focale di oggi deve essere interamente dedicato al compleanno della nostra nazione. Ma cosa si dovrebbe scrivere? Qual è la grande storia da raccontare in occasione della festa nazionale di un piccolo Paese nel cuore dell’Europa? Di argomenti specifici ce ne sarebbero molti: di natura politica, economica, sociale. Alcuni sono motivo di gioia, altri un po’ meno.

Un’insicurezza latente

Ma, a mio avviso, nel 2026 il bilancio di fondo sulla famosa «situazione della nazione» si profila più difficile di quanto non lo sia stato da molto tempo a questa parte. Infatti, non si riesce a scrollarsi di dosso la vaga sensazione che la Svizzera si trovi in crisi già da un po’ di tempo. Una cosa è certa: non stiamo parlando di una minaccia economica acuta, né di un pericoloso vacillare istituzionale, né di una prova di resistenza sociale. A insinuarsi silenziosamente è piuttosto una crisi della propria percezione. A 735 anni dagli inizi avvolti nel mito del nostro Paese, spesso i sentimenti predominanti non sono l’orgoglio e la soddisfazione, bensì il dubbio e lo smarrimento.

Siamo lontani dal leggendario «Regna la gioia!» di un ex magistrato. Eppure la situazione del nostro Paese – soprattutto nel confronto internazionale – in moltissimi ambiti non è affatto così negativa, per non dire addirittura piuttosto buona. Le nostre finanze pubbliche rimangono molto solide e ben lontane da una situazione precaria che, come in molti altri luoghi, minaccia di limitare drasticamente il margine di manovra finanziario. Il nostro assetto istituzionale è stabile e non è minacciato dal rafforzarsi di movimenti estremisti. I partiti degli estremi politici potranno anche godere di un consenso elettorale costantemente elevato, ma si tratta di forze politiche consolidate e riconosciute, che fanno parte del panorama tradizionale della politica federale. Di certo nel nostro Paese non esistono barriere di protezione. Non da ultimo, l’ordine sussidiario e il federalismo fortemente sviluppato garantiscono un consenso straordinariamente ampio a tutti i livelli statali e il coinvolgimento delle forze politiche rilevanti.

Il cambiamento procede a ritmo sostenuto – e viene ben assorbito

La società discute vivacemente e con fervore. Su ogni genere di argomento, da quelli sensati a quelli meno sensati. Eppure il nostro Paese riesce come in passato a impostare spesso dialoghi piuttosto che diverbi. È sorprendente, in quanto la nostra è una società che sta cambiando a un ritmo vertiginoso. L’immigrazione, che continua a livelli elevati, non solo fa crescere notevolmente la nostra popolazione anno dopo anno, ma la rende anche più eterogenea. Ciò non avviene del tutto senza impegnativi effetti collaterali. Ma anche se ci lamentiamo di treni sovraffollati, strade intasate e un mercato immobiliare molto teso, nel complesso assorbiamo in modo ammirevole i forti flussi migratori nel nostro Paese. Non esistono società parallele, né si registra una disoccupazione eccessivamente elevata tra gli immigrati.

Oltre alle strutture istituzionali e sociali, le ragioni di questo successo dell’integrazione risiedono soprattutto nelle condizioni economiche generali. E la nostra economia – e possiamo senz’altro andarne in un certo modo fieri – è molto solida e competitiva.

Campioni non di calcio, ma di innovazione. Eccome!

Questo non emerge in nessun aspetto in modo così evidente come nella capacità di innovazione. Il nostro Paese è infatti in testa al Global Innovation Index dell’OMPI 2025 per la 15ª volta consecutiva. A quota 66,0 punti, nettamente davanti alla Svezia (62,6) e agli USA (61,7) – su 139 economie valutate. La Svizzera non è solo al 1º posto negli output dell’innovazione, ma anche al 2º posto negli input. Produce quindi più risultati di innovazione per ogni franco investito rispetto a qualsiasi altro Paese. 

A ciò si aggiunge il 1º posto per quanto riguarda l’interazione nell’ambito dell’innovazione (università-industria) e per la produzione creativa: 1096 domande di brevetto europee per milione di abitanti nel 2025 – quasi il doppio rispetto alla Finlandia (613), seguita da Svezia e Danimarca (446 ciascuna), mentre la Germania si attesta a 293, il Giappone a 173 e gli USA a 135. 

L’elevata capacità innovativa va di pari passo con una competitività altrettanto forte. È vero che nella classifica IMD World Competitiveness Ranking 2026 la Svizzera ha ceduto il 1º posto assoluto conquistato nel 2025 e ora si colloca al 3º posto dietro a Singapore e Hong Kong. Ciò è dovuto però a un crollo nella categoria «Economic Performance», dove è scesa dal 13° al 37° posto, a causa dei dazi statunitensi e del franco forte. Tuttavia, nei due pilastri strutturali delle infrastrutture e dell’efficienza di governo, la Svizzera rimane campione del mondo ed è ancora l’economia meglio classificata d’Europa. In altre parole: ciò che scalfisce la piazza economica è principalmente legato a fattori esterni, mentre ciò che la contraddistingue rimane immutato e di prim’ordine.

Basso tasso di inflazione, elevato tenore di vita

Va inoltre menzionata la stabilità dei prezzi sul territorio nazionale, che merita il termine «stabile» nel vero senso della parola. È vero che l’inflazione, attestatasi recentemente allo 0,5%, rimane nella fascia inferiore dell’intervallo target della BNS, compreso tra lo 0% e il 2%. Ciò significa però anche che il timore di un’escalation dei prezzi troppo forte, tale da erodere il potere d’acquisto, rimane per lo più di natura teorica. L’aumento registrato in primavera è stato quasi interamente dovuto allo shock dei prezzi internazionali dell’energia. A giugno il FMI ha confermato che l’inflazione rimarrà nel range di stabilità dei prezzi della BNS per tutto l’orizzonte di previsione. Trent’anni di inflazione relativamente bassa non sono una coincidenza, ma il risultato di un’efficace gestione istituzionale.

E, non da ultimo – anche questo frutto dei fattori sopra citati – va menzionato il nostro elevato tenore di vita. Anche tenendo conto del costo della vita (vale a dire al netto del potere d’acquisto), i salari svizzeri sono i più alti d’Europa. Secondo il rapporto «Taxing Wages 2026» dell’OCSE, con 107 487 euro (circa 99 960 franchi) la Svizzera è l’unico Paese con un salario lordo medio superiore a 100 000 euro (93 000 franchi). Un benessere che si riflette anche nella salute e nell’aspettativa di vita. L’aspettativa di vita nel nostro Paese è di 84,3 anni – 3,2 anni in più rispetto alla media OCSE e il valore più alto nell’area OCSE; per quanto riguarda la mortalità trattabile (34 per 100’000 contro una media OCSE di 77), la Svizzera è, ancora una volta, al primo posto.

Anche noi abbiamo progetti di riforma, peraltro molto grandi

Da dove emergono allora i dubbi e le incertezze? Alla luce di questa modesta selezione di vantaggi legati alla nostra posizione, non dovremmo piuttosto festeggiare il 1° agosto a petto gonfio? A mio avviso, le nostre inquietudini provengono sia dall’interno che dall’esterno. Dall’interno, perché nonostante tutti i successi abbiamo anche diversi grandi progetti in corso che da anni – se non da decenni – non riusciamo a portare a termine. Non riusciamo a mettere in atto le riforme dei sistemi previdenziali e assistenziali, sebbene i problemi e la necessità di intervento siano noti da quella che sembra un’eternità. I costi sanitari continuano a lievitare con regolarità ogni anno e sono ormai un onere da non sottovalutare anche per gran parte della classe media. Il traffico stradale e ferroviario opera al limite della capacità (e sempre più spesso oltre). Il mercato immobiliare è da anni prosciugato come i campi e i prati di quest’estate.

Gli esempi dimostrano che, pur con tutta l’efficienza dello Stato, ci troviamo di fronte a sfide di cui riconosciamo il fondo del problema, ma per le quali facciamo molta, molta fatica a trovare una soluzione. Bisogna constatare che, a dispetto degli indiscussi vantaggi, l’ordinamento politico svizzero, con i suoi diritti alla consultazione unici nel loro genere nella lotta per riforme rapide e sostenibili, agisce più come un freno che come un acceleratore. 

Qual è il nostro posto nel mondo, e abbiamo (ancora) degli amici?

Ma ad alimentare il dubbio sono anche fattori esterni. Il modello di successo della Svizzera è soggetto a pressioni crescenti e diventa sempre più un bersaglio. Che ciò derivi da un (neo-)imperialismo economico erroneo, da una ritrovata tendenza al protezionismo o da semplice invidia, è irrilevante. Sta di fatto che la Svizzera deve fare i conti con i dazi punitivi, che le piaccia o meno. Sta di fatto che deve chiarire il proprio rapporto con un’UE che esercita pressioni sempre più palesi e che nasconde malamente l’intenzione di voler interpretare le future relazioni a proprio vantaggio. E sta di fatto che la Svizzera non può sottrarsi alle turbolenze geopolitiche e deve tornare a confrontarsi con la propria capacità di difesa.

Il che ci porta alla questione di come ci percepiamo. A mio avviso, la nostra nazione fatica ad accettare che anche il comportamento più esemplare e rispettoso delle regole non sia più sufficiente per ottenere, per così dire automaticamente, un minimo di benevolenza sulla scena internazionale. La piccola Svizzera deve improvvisamente confrontarsi con i metodi duri dei grandi Paesi. E questo, date le sue dimensioni – o meglio, la sua mancanza di dimensioni – sfocia sempre più spesso in un senso di impotenza. Ciò premesso, il divario tra ciò che è giusto sul piano etico-ideologico e ciò che è richiesto e realistico sul piano etico-responsabile è destinato a crescere ulteriormente. Che si tratti di politica economica o di protezione del clima, di approvvigionamento energetico o di difesa, di come impostare i rapporti con l’UE e con il resto del mondo: il «bonus della piccolezza» (in qualunque forma possa esistere) è finito e dobbiamo imparare, in un modo per noi insolitamente duro, che gli Stati hanno solo interessi e non amici.

In definitiva, viviamo in tempi di grandi trasformazioni. I bei vecchi tempi di un ordine fondato su regole sono in gran parte finiti e non torneranno più, nemmeno quando i governi attualmente al potere, da una parte e dall’altra dell’Atlantico, avranno lasciato la scena politica. 

I periodi di grande trasformazione non sono nuovi per la Svizzera

Non esiste una via maestra che la Svizzera possa intraprendere in tempi come questi. È una continua esplorazione delle possibilità di politica estera e un altrettanto costante tentativo di preservare le libertà di azione. Non è e non sarà facile. Ma in sintonia con il 1° agosto potrebbe essere utile uno sguardo al leggendario Guglielmo Tell, ai miti, ai racconti ma anche ai fatti storici che segnano le origini della Svizzera. All’epoca, alla fine del XIII secolo scorso, anche l’Europa attraversava una fase di grandi trasformazioni. La morte di Rodolfo I provocò un vuoto di potere nel Sacro Romano Impero; nell’Italia meridionale infuriava una guerra di vent’anni tra Aragona, Angiò, Francia e il Papato; l’epoca delle crociate volgeva al termine e l’economia agraria feudale toccava i propri limiti produttivi, mentre allo stesso tempo iniziava la Piccola Era Glaciale fatta di raccolti scarsi e carestie.

Eppure, in quei tempi turbolenti, duri e difficili, prese forma un’entità che si sarebbe evoluta in uno degli Stati di maggior successo. Per arrivarci sono state necessarie molte esperienze dolorose e lotte sia interne che esterne. Ci sono volute pressioni, ma anche aiuti esterni, lotte interiori, successi brillanti e sconfitte schiaccianti. Eppure oggi siamo dove siamo. Perché c’è qualcosa che, fin dall’inizio, nel corso di tutti i secoli fino ai giorni nostri, si è affermato e ha resistito a tutte le avversità e alle prove: la volontà di coesione, l’attenzione a ciò che unisce anziché a ciò che divide e la consapevolezza del patrimonio storico, per quanto avvolto da leggende e miti possa essere. Se abbiamo a cuore questi valori, se siamo consapevoli di chi siamo, di cosa vogliamo e di cosa siamo in grado di fare, sono convinto che la Svizzera potrà ancora una volta affermare il proprio ruolo in un mondo in continua evoluzione. O per dirla con una combinazione di due famosi appelli (Angela Merkel e John F. Kennedy): «Ce la faremo! Non perché sia facile, ma perché è difficile!»

Vi auguro un felice 1° agosto.

(Foto: Keystone / Urs Flüeler)

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