Lo yen debole: un rischio anche per gli USA
È successo di nuovo, per la prima volta dopo diversi decenni: a fine luglio, il Giappone e gli USA si sono uniti per intervenire sui mercati valutari. Con l’obiettivo di frenare e invertire il crollo del corso dello yen. La misura adottata è anche nell’interesse degli USA stessi. E se ne possono trarre anche degli insegnamenti per la Svizzera.
La moneta giapponese è ormai da tempo sotto pressione. Il suo ultimo periodo forte risale a molto tempo fa, quando, negli anni successivi alla crisi finanziaria globale protrattasi fino al 2012, lo yen si è continuamente apprezzato rispetto al dollaro, raggiungendo un tasso di cambio di circa 76 yen per dollaro. Oggi lo yen ha perso più della metà del suo valore. La ragione principale risiede nelle misure adottate dalla Bank of Japan (BoJ), che nel 2016 ha introdotto una politica monetaria non convenzionale, unica al mondo. Essa prevedeva sia gli interessi negativi che il controllo della curva dei rendimenti dei titoli di Stato giapponesi. L’obiettivo era quello di combattere la bassa inflazione cronica e la debole crescita economica che da decenni gravano sull’economia.
Quando, nel 2022, la guerra in Ucraina, le strozzature nelle catene di approvvigionamento e i repentini effetti di recupero dalla pandemia hanno scatenato un’ondata di inflazione globale, molte banche centrali hanno aumentato i propri tassi di riferimento. La BoJ, invece, ha mantenuto la sua politica monetaria. Le autorità monetarie hanno visto nell’inflazione in aumento l’occasione tanto attesa per innescare una spirale virtuosa: l’aumento dei salari avrebbe dovuto stimolare i consumi privati, favorendo così la crescita economica.
Ma questo scenario non si è materializzato del tutto. I prezzi dei prodotti importati hanno invece registrato un forte aumento, poiché il valore internazionale dello yen è sceso a seguito del crescente differenziale di tassi d’interesse rispetto alle altre valute. Solo nel 2024 la BoJ ha abbandonato i tassi di interesse negativi, proprio quando altre banche centrali avevano già iniziato ad abbassare i tassi. Il tasso di riferimento della BoJ si attesta frattanto all’1% e il differenziale dei tassi rispetto alle altre valute si è ridotto. Ciò nonostante, lo yen resta debole.
In crisi la fiducia nella valuta
Lo yen sta attraversando una crisi di fiducia dovuta a due fattori correlati:
- In primo luogo, il Giappone è il Paese più indebitato al mondo, con un tasso di indebitamento pubblico superiore al 235%. La maggior parte del debito pubblico è in mani giapponesi, in particolare della BoJ, che detiene quasi la metà dei titoli di Stato in circolazione. Ciò solleva interrogativi sull’indipendenza della banca centrale e sulla sua capacità di svincolarsi dal predominio fiscale.
- In secondo luogo, le decisioni della banca centrale non sembrano essere molto convincenti. Sebbene il suo intervento sui mercati valutari sia volto a sostenere la moneta, l’effetto è solo temporaneo. Per una ripresa duratura dello yen sarebbe necessaria, da parte della banca centrale, una chiara dichiarazione d’intenti sul contrasto a un’inflazione al di sopra del target mediante l’aumento dei tassi d’interesse. Ma al momento non ci sono segnali: nell’ultima decisione sui tassi, la BoJ ha rinunciato a un inasprimento della politica monetaria per le sue preoccupazioni riguardo alla debole domanda dei consumatori. Sembra quindi difficile poter invertire la rotta solo mediante interventi.
Gli USA partecipi all’intervento
Tra aprile e maggio, la BoJ ha venduto di propria iniziativa circa 72,5 miliardi di dollari quando il tasso di cambio ha raggiunto la soglia dei 160 yen per dollaro. L’effetto è stato però breve. Solo dopo alcuni mesi l’operazione è stata ripetuta per abbassare il tasso di cambio rispetto al dollaro da 164 a 157. Questa volta ha preso parte all’intervento anche il Ministero delle Finanze USA, vendendo 89 miliardi di dollari a favore dello yen.
A motivare l’impegno USA è il fatto che le riserve in dollari del Giappone sono investite principalmente in titoli di Stato statunitensi a lungo termine. Quindi, per poter intervenire sul mercato valutario, le autorità monetarie giapponesi vendono i Treasury e comprano la propria moneta con i proventi in dollari. Con una conseguente pressione al rialzo sul rendimento dei titoli di Stato USA. È proprio questo che il governo americano intende combattere, in quanto il livello dei rendimenti dei titoli di Stato a lungo termine ha già registrato un aumento significativo. Una crescita dei rendimenti dei Treasury pesa sulla domanda di credito e lascia il segno anche sui mercati azionari a causa dell’abbassarsi delle valutazioni degli utili aziendali futuri.
Non da ultimo, l’operazione congiunta è nell’interesse dello stesso Ministero delle Finanze USA. Entro i prossimi 12 mesi dovrà rifinanziare circa un quarto del debito pubblico in essere. E il rifinanziamento avverrà a tassi di interesse più elevati rispetto all’emissione iniziale del debito, andando a gravare ulteriormente su un bilancio pubblico già in deficit. Pertanto, la vendita di riserve valutarie (in particolare euro) a sostegno dell’intervento giapponese è sembrata il male minore rispetto alla possibilità di dover tollerare ulteriori aumenti dei rendimenti.
La Svizzera osserva
Quanto avvenuto alla fine della scorsa settimana evidenzia il clima di tensione. Due grandi aree valutarie si aiutano a vicenda per evitare conseguenze indesiderate, che si tratti di un aumento dell’inflazione dovuto ai prezzi all’importazione o di un innalzamento dei tassi d’interesse. Oggi l’atteggiamento opportunista degli Stati Uniti riguarda lo yen, domani potrebbe essere la volta dell’euro o di un’altra moneta. In questo senso, la Banca nazionale svizzera (BNS) dovrebbe seguire attentamente gli sviluppi sui mercati valutari. Pur sembrando improbabile, non si può escludere che in futuro gli Stati Uniti possano ricorrere a strumenti non convenzionali, come l’acquisto di valute estere, per condizionare la valuta di un altro Paese a vantaggio dei propri interessi economici (ovvero per favorire le proprie esportazioni).
Chi ritiene questa ipotesi una fantasia di politica monetaria, consideri un altro scenario. I tassi d’interesse in aumento e la volatilità dei tassi di cambio rendono lo yen meno attraente per il carry trade speculativo. Con questa pratica, gli investitori prendono in prestito denaro in una valuta con tassi d’interesse bassi e il più possibile stabili per investirlo in un’altra valuta con tassi d’interesse più elevati. Il che ci riporta alla BNS: la prospettiva di un tasso di riferimento stabile a lungo termine allo 0% fa del franco un candidato per assumere il ruolo di valuta di finanziamento. Tuttavia, il ruolo della nostra valuta come bene rifugio, che si apprezza rapidamente in tempi di crisi, riduce l’idoneità del franco a ricoprire questa funzione, ovvero aumenta il rischio valutario di queste operazioni.
(Foto: Keystone / Jose Luis Magana)
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