Valutazioni del mercato

La domanda da dieci milioni: considerazioni sull’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni»

Nel contesto della prossima votaizone popolare, l’Economic Research della Banca Migros analizza l'iniziativa popolare «No a una Svizzera con 10 milioni di abitanti» dal punto di vista economico e degli investimenti.

Pubblicato
Tempo di lettura: 30 minuti
Editoriale
Premessa
A giugno si voterà su un’iniziativa controversa
Crescita economica
Ingrediente di una ricetta di successo?
Aziende svizzere
Né la fine del mondo né un’esplosione di produttività
Infrastrutture
Cambiamento di programma per i futuri progetti infrastrutturali
Immobili
Effetti contrari sul mercato immobiliare
Investimenti
Nonostante la delicatezza politica, nessuna prova di stress per il portafoglio
Editoriale

Stimata lettrice, stimato lettore,

chi segue il programma televisivo «Chi vuol essere milionario?» sa che, alla fine, arriva la domanda decisiva. L’illuminazione si fa più fioca, la musica più drammatica e ogni risposta data in precedenza appare sotto una nuova luce. Allo stesso modo l’imminente votazione sull’iniziativa per la sostenibilità, meglio nota con il nome «No a una Svizzera da 10 milioni», influisce sul dibattito di politica economica: riduce un argomento complesso a un’unica questione cruciale.

A differenza del programma televisivo, qui però non esiste una risposta univoca del tipo «giusto o sbagliato», e tanto meno una risposta di natura puramente economica. Pertanto, la presente pubblicazione non è da intendersi espressamente come raccomandazione di voto, bensì come un’analisi basata sui fatti delle scelte economiche relative alla dimensione e alla crescita della popolazione.

Il dibattito si sposta sul piano macroeconomico: anziché chiedersi «Quanto cresciamo?», l’attenzione si concentra sulla domanda «Quanto cresciamo pro capite?». Una minore crescita demografica potrebbe frenare il dinamismo macroeconomico o aumentare la pressione per aumentare la produttività, l’innovazione e l’efficienza. Quali adeguamenti potrebbero rendersi necessari per garantire la stabilità del sistema svizzero e mantenere al contempo elevata l’attrattiva della piazza economica svizzera?

Per le imprese, invece, l’attenzione è rivolta alle ripercussioni che una crescita demografica contenuta avrà sulla carenza di manodopera qualificata, sulla domanda nel mercato interno e sulla certezza nella pianificazione. In futuro riusciranno a trovare un numero sufficiente di collaboratori qualificati? Oppure l’attenzione si concentrerà ancora di più sull’aumento della produttività, sull’automazione e sui nuovi modelli di lavoro? Il mercato interno basterà per gli investimenti? Oppure i mercati internazionali assumeranno un’importanza ancora maggiore?

Allo stesso tempo, l’attenzione si concentra sulle infrastrutture e sul mercato immobiliare. Una crescita demografica più contenuta potrebbe alleviare la congestione nei settori dei trasporti, dell’energia e delle reti pubbliche, ma anche ridurre gli stimoli per grandi progetti di ampliamento e manutenzione. Nel mercato immobiliare ci si chiede in che modo i mutamenti delle tendenze demografiche influenzino l’offerta abitativa, le differenze di prezzo tra le regioni, la densificazione urbana nonché la costruzione di nuovi edifici e le ristrutturazioni.

Dal punto di vista degli investimenti, la «domanda da 10 milioni» si concretizza infine nelle decisioni relative al portafoglio. Quali settori aziendali e immobiliari godono di una posizione solida in caso di crescita demografica più moderata? In che modo la qualità della localizzazione, l’innovazione e i fattori demografici influenzano le singole classi di asset e i loro rendimenti a lungo termine?

È evidente che non è la cifra «10 milioni» a essere determinante, bensì il modo in cui la Svizzera riesce a conciliare produttività, innovazione, sistema previdenziale, infrastrutture e attrattiva della piazza economica. Di seguito approfondiremo questi aspetti, con l’obiettivo di chiarire i nessi e fornire un orientamento, senza anticipare la risposta alla vera domanda milionaria.

 

Riassunto

– Un sì rallenta l'immigrazione come motore di crescita e costringe a una maggiore produttività e a un migliore utilizzo del potenziale della forza lavoro nazionale.

– Nel breve termine gli effetti rimangono limitati, mentre nel lungo termine le aziende, le infrastrutture, il mercato immobiliare e quello dei capitali dovranno adattare le loro strategie a una crescita demografica più debole.

– Una minore crescita riduce lo stress da densità, ma aumenta il rischio regionale di immobili sfitti, calo degli investimenti e degrado delle infrastrutture nelle aree periferiche.

– Per gli investitori, il referendum rimane un fattore di contesto; la qualità della localizzazione, la produttività e l'innovazione determinano l'attrattività del mercato svizzero più del risultato del voto stesso.

Santosh Brivio

Lead Economic Research
Premessa

A giugno si voterà su un’iniziativa controversa

L’iniziativa per la sostenibilità posta in votazione scuote gli animi. L’atmosfera è carica di emozioni e crea grande fermento. La situazione di partenza è chiara: il 14 giugno 2026 la popolazione svizzera sarà chiamata a esprimersi sull’iniziativa popolare federale «No a una Svizzera da 10 milioni!» (Iniziativa per la sostenibilità).

Il progetto di legge prevede che la popolazione residente in Svizzera non superi i 10 milioni di persone prima del 2050. La Confederazione è tenuta a garantire che questa soglia non venga superata. A tal fine, sono previste diverse misure, da applicare non appena la popolazione residente in Svizzera avrà raggiunto la soglia di 9,5 milioni di persone. Queste misure riguardano principalmente il settore dell’immigrazione e, se necessario, è prevista anche la denuncia di accordi internazionali qualora venisse superata la soglia dei 10 milioni. 

Secondo l’Ufficio federale di statistica (UST), alla fine del 2025 la popolazione residente permanente in Svizzera ammontava a circa 9,12 milioni di persone. Lo scenario di riferimento dell’UST sull’evoluzione demografica futura prevede che nel 2041 si supererà la soglia dei 10 milioni. La maggior parte della recente crescita demografica è riconducibile all’immigrazione. In passato, il saldo migratorio oscillava tra 40 000 e 87 000. Fa eccezione l’anno 2023, in cui il saldo migratorio si è attestato a 140 000 persone, a causa di quelle con status di protezione S, le quali dopo un anno rientrano anch’esse nella popolazione residente permanente. La crescita naturale della popolazione ha un ruolo secondario. Negli ultimi anni, il numero medio di figli per donna è costantemente diminuito. 

Se l’iniziativa verrà approvata, la popolazione aumenterà probabilmente nel breve periodo e si assisterà a un’immigrazione accelerata fino all’attuazione e all’entrata in vigore delle misure previste. Nel lungo periodo, tuttavia, la popolazione è destinata a diminuire in modo lento ma costante. Questo presuppone che l’immigrazione venga in gran parte meno e che la crescita naturale della popolazione rimanga stabile a 1,4 figli per donna, secondo lo scenario di riferimento dell’Ufficio federale di statistica (UST). Questo tasso di natalità è troppo basso per sostituire la generazione dei genitori o generare una crescita demografica a lungo termine. In queste condizioni, la tendenza già in atto verso una società che invecchia dovrebbe accelerare ulteriormente, il che è confermato anche dallo scenario di riferimento dell’UST. La fascia di età «65 anni e oltre» rappresenta oggi circa il 20% della popolazione e dovrebbe superare il 25% entro il 2055. 

Da un punto di vista economico, l’eventuale approvazione dell’iniziativa comporterebbe opportunità e rischi per diversi aspetti dell’economia nazionale, sia a breve che a lungo termine. In questa analisi vengono esaminate più da vicino alcune dimensioni specifiche, tra cui le conseguenze per le imprese svizzere e la crescita economica. Si ragionerà inoltre sugli effetti che queste avranno sulle infrastrutture e sul settore immobiliare nonché sul settore degli investimenti.

 

Michelle Müller

Analista Ricerche immobiliari
Crescita economica

Ingrediente di una ricetta di successo?

La libera circolazione delle persone consente all’economia svizzera di avvalersi della manodopera europea senza lungaggini burocratiche. Ci sono però anche evidenti risvolti negativi. Un’eventuale revoca della libera circolazione delle persone sarebbe quindi un’arma a doppio taglio.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale la Svizzera si è affermata come Paese di immigrazione ed è stata praticamente risparmiata dalla distruzione causata dalla guerra. Ciò che mancava al Paese per tenere il passo con la rapida crescita economica europea negli anni del dopoguerra era la forza lavoro. Si è cercato di ovviare a questa situazione con il sistema di quote e lo statuto di lavoratore stagionale: centinaia di migliaia di lavoratori stranieri hanno contribuito per decenni all’aumento del benessere lavorando in officine, cantieri edili o nel terziario. 

È nota la citazione dello scrittore Max Frisch, che nel 1965 scrisse: «Abbiamo chiamato braccia, sono arrivati esseri umani». Si trattava di una critica severa all’allora orientamento della politica in materia di immigrazione, che considerava le persone in modo puramente funzionale come forza lavoro e non come individui con bisogni e desideri, quali quello di stabilirsi in modo permanente con la propria famiglia. Di conseguenza, le riforme della politica migratoria hanno avuto lo scopo di integrare gli stranieri nella società svizzera e si è fatto sempre meno ricorso allo statuto di lavoratore stagionale. 

Cambio di sistema dal 2002

Con gli Accordi bilaterali I, nel 2002 è entrata in vigore la libera circolazione delle persone con l’Unione europea. Il contingentamento dei permessi di soggiorno ha continuato invece ad applicarsi ai cittadini di Paesi terzi. Questo cambiamento è stato fondamentale perché ha permesso alle aziende svizzere di reclutare personale da un bacino molto più ampio. Da allora, l’economia svizzera registra nel complesso un tasso di crescita più elevato. Non è tuttavia possibile quantificare con esattezza quanto questo dato sia riconducibile alla libera circolazione delle persone. Infatti, a differenza di un disegno sperimentale, non è possibile osservare un gruppo di controllo. Non è quindi possibile stabilire quale sarebbe stato il tasso di crescita economica della Svizzera in assenza della libera circolazione delle persone e dei relativi accordi settoriali per l’accesso al mercato interno europeo.

Non solo crescita in termini di dimensioni

Il fatto che il prodotto interno lordo reale della Svizzera sia cresciuto complessivamente del 54% tra il 2002 e il 2025 (nella zona euro la crescita è stata del 34%) è dovuto principalmente a due fattori: l’aumento della produzione e la produttività del lavoro. Poiché nello stesso periodo la popolazione permanente è aumentata di oltre 2 milioni di persone, una parte dell’incremento della produzione economica è dovuta ai beni e ai servizi consumati in misura maggiore. Per correggere questo effetto, vale la pena dare un’occhiata ai valori pro capite. Anche per questo indicatore di benessere, la Svizzera si colloca ai vertici rispetto alla media dei Paesi dell’OCSE: nonostante un livello di partenza già elevato, l’economia svizzera è riuscita a mantenere il proprio vantaggio. In particolare, poco dopo l’introduzione degli accordi bilaterali e prima della crisi finanziaria globale, il PIL pro capite è cresciuto notevolmente. 

 

Oltre all’aumento della produzione, che va di pari passo con un maggiore impiego di manodopera (più dipendenti prestano più ore di lavoro), è aumentata anche la produttività oraria. Grazie anche al progresso tecnologico, non solo si lavora di più, ma anche in modo più produttivo. Queste innovazioni tecnologiche sono anche il risultato di un sistema di formazione duale pressoché unico nel suo genere, che rende il sistema attraente grazie alla stretta integrazione tra formazione, ricerca e sviluppo dei prodotti, nonostante i livelli salariali elevati. 

Stallo demografico

Tuttavia, ci sono anche aspetti meno positivi. Dalla pressione sui salari al dumping salariale, passando per una maggiore concorrenza sul mercato del lavoro per la manodopera indigena, l’aumento degli affitti e dei prezzi immobiliari, il fenomeno dell’urbanizzazione selvaggia, infrastrutture di trasporto al limite della loro capacità o il crescente costo della vita, che assorbe una quota sempre maggiore del reddito familiare: la rapida crescita demografica comporta delle sfide e caratterizza la vita quotidiana della popolazione. In gran parte della popolazione si sta diffondendo l’impressione che non tutti traggano uguale beneficio dalla crescita economica, e ciò potrebbe portare a un senso di stanchezza e a un crescente scetticismo nei confronti del concetto di crescita continua a tutti i costi. 

Tuttavia, è nell’interesse di tutti che l’economia e il benessere registrino un andamento positivo. E su questo punto non ci sono alternative. Per mantenere il livello già elevato e migliorarlo ulteriormente, l’economia svizzera ha bisogno, oltre al progresso tecnologico, anche della manodopera necessaria. Nel nostro Paese, a causa di cambiamenti sociologici, nascono troppo pochi bambini e la popolazione invecchia. Inoltre, l’orario di lavoro effettivo è in costante calo a causa della crescente popolarità del lavoro a tempo parziale. L’uscita dei baby boomer dal mercato del lavoro è difficilmente compensabile dal punto di vista puramente demografico interno. 

Una votazione con conseguenze di vasta portata

Se la popolazione svizzera dovesse approvare l’iniziativa, si prevedono conseguenze sia a breve che a lungo termine. Alla luce delle considerazioni sopra esposte, è innegabile che uno degli ingredienti della ricetta del successo svizzero venga messo almeno in parte in discussione. Ma sarebbe altrettanto avventato e fortemente esagerato equiparare l’approvazione dell’iniziativa alla condanna definitiva della Confederazione. Infatti, l’attrattiva della Svizzera dipende in larga misura anche dalle condizioni quadro del Paese, regolate con oculatezza, in quanto piazza economica e finanziaria: un Paese in cui regnano la certezza del diritto, la stabilità politica e finanze pubbliche sane mantiene un forte fascino, soprattutto nel contesto europeo. 

Se, in caso di approvazione, si dovesse procedere a un’attuazione rigorosa della normativa e, di conseguenza, prima o poi alla revoca della libera circolazione delle persone, ciò potrebbe comunque incidere sul potenziale di crescita a lungo termine. Allo stesso tempo, però, un voto favorevole potrebbe anche dare il via a un nuovo aumento della produttività e a un ulteriore miglioramento dell’efficienza, come è avvenuto all’indomani della votazione sul SEE circa 30 anni fa. Inoltre, sarebbero necessari minori investimenti per il potenziamento delle infrastrutture. Vi è invece il rischio che le imprese trasferiscano una parte dei posti di lavoro all’estero e che la carenza di manodopera, in parte già esistente, possa aggravarsi a causa dell’evoluzione demografica. 

Anche se, in questo contesto, l’approvazione dell’iniziativa comporterebbe delle difficoltà, a nostro avviso un «sì» alle urne non significherebbe necessariamente una prospettiva di crescita offuscata nel lungo periodo e tanto meno la fine del modello di successo confederale. Tuttavia, la politica, la società e l’economia dovrebbero riuscire a sfruttare meglio e in misura maggiore il potenziale della forza lavoro nazionale. Le questioni relative all’età pensionabile, al miglioramento della conciliabilità tra lavoro e famiglia o alla definizione di modelli di orario di lavoro dovranno essere affrontate con maggiore urgenza rispetto a quanto avviene già oggi.

È lecito nutrire scetticismo sul fatto che in questi ambiti saranno apportati adeguamenti e che vi siano la volontà politica e l’accettazione sociale necessarie. Pertanto, per l’economia svizzera rimane essenziale garantire un afflusso di forza lavoro il più possibile agevole. A nostro avviso, la base giuridica su cui ciò avviene è, in questo senso, secondaria. Se la Svizzera riuscirà a trovare il giusto equilibrio tra un’immigrazione percepita «eccessiva» dal punto di vista sociale e «insufficiente» dal punto di vista economico, l’esito della votazione non inciderà in modo significativo sul percorso di crescita. Soprattutto perché, per l’economia svizzera orientata all’esportazione, la domanda internazionale continuerà a essere un motore fondamentale. Sull’andamento dell’economia in Europa, ma anche negli Stati Uniti o in Asia, nemmeno l’elettorato svizzero ha voce in capitolo.

Valentino Guggia

Economista
Aziende svizzere

Né la fine del mondo né un’esplosione di produttività

La votazione sull’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni» non dovrebbe avere effetti immediati determinanti per le imprese svizzere. Indipendentemente dall’esito, l’oggetto in votazione solleva tuttavia una serie di interrogativi e sfide con cui le aziende si confrontano da tempo e alle quali devono trovare una risposta.

Con la votazione «No a una Svizzera da 10 milioni», per le imprese svizzere viene alla ribalta una questione che comunque caratterizzerà i prossimi anni: come gestire la crescita, il mercato del lavoro e la qualità della localizzazione in un contesto in cui il vento favorevole demografico si sta indebolendo. 

La parziale carenza di personale specializzato è già un dato di fatto

Già oggi si evidenzia una crescente carenza di personale specializzato, che nei prossimi anni potrebbe portare a evidenti lacune in alcuni settori, ad esempio nel settore pubblico o nelle TIC. Allo stesso tempo, le analisi relative alla migrazione a scopo di lavoro e all’immigrazione indicano che la forza lavoro aggiuntiva degli ultimi due decenni ha contribuito in modo misurabile alla crescita economica pro capite, anche se non è possibile determinare con certezza gli effetti causali. In questo contesto, la votazione non rappresenta un punto di partenza, bensì un catalizzatore per gli sviluppi che molte aziende stanno già avvertendo oggi.

 

Nel breve periodo – in un arco temporale fino a tre anni – gli effetti immediati per la maggior parte delle aziende dovrebbero essere limitati e soprattutto di natura indiretta. Gli adeguamenti legislativi e normativi richiedono tempo, mentre i progetti in corso proseguono. Tuttavia, già la discussione stessa sta modificando le aspettative: le PMI dei settori ad alta intensità di personale, come l’edilizia, la ristorazione, la sanità o i servizi personali, pianificheranno sempre più le loro strategie di reclutamento e le loro strutture salariali partendo dal presupposto che l’accesso a manodopera supplementare non sia ampliabile a piacimento. 

La competizione per accaparrarsi i talenti sta diventando (ancora) più cruciale

Per le imprese industriali e di servizi orientate all’esportazione, l’attenzione è rivolta piuttosto ai segnali relativi all’attrattività a lungo termine della piazza economica, ad esempio se la Svizzera sia in grado di garantire il proprio bacino di talenti, la propria capacità innovativa e la propria rete internazionale. Nel breve periodo, le opportunità si presentano laddove le aziende sfruttano l’urgenza di agire per digitalizzare i processi, promuovere l’automazione e integrare meglio le risorse interne. I rischi emergono laddove i modelli di business dipendono fortemente da volumi in costante crescita e da una base di personale ampia e facilmente reperibile.

A più lungo termine, le questioni strutturali assumono maggiore rilevanza e le differenze legate alle dimensioni delle imprese e al settore diventano più evidenti. Le grandi aziende dispongono solitamente di maggiori possibilità di reclutare personale sul mercato del lavoro internazionale, di delocalizzare parte della catena del valore o di investire in tecnologia e automazione grazie alle economie di scala. Per loro la questione fondamentale è se la Svizzera continui a essere attraente nella «guerra dei talenti» globale, ad esempio grazie al sistema di formazione, al panorama della ricerca, alle aliquote fiscali e alla qualità della vita. Le PMI, invece, sono più legate al mercato locale del lavoro e di sbocco. Queste traggono vantaggio da un contesto in cui è possibile trattenere e formare il personale qualificato e in cui il settore pubblico gestisce il cambiamento demografico in modo tale da garantire il funzionamento dei servizi di formazione, assistenza, trasporti e infrastrutture digitali.

Diversa esposizione dei singoli settori

A livello settoriale si possono individuare profili diversi. I settori ad alta intensità di conoscenza e tecnologia – come le TIC, l’industria farmaceutica, i servizi finanziari e quelli alle imprese – possono mantenere un andamento dinamico con un elevato valore aggiunto pro capite anche in presenza di una crescita demografica moderata, a condizione che garantiscano l’accesso a personale altamente qualificato. L’opportunità risiede in una maggiore attenzione all’innovazione, alla specializzazione e alle nicchie globali. 

L’industria e il settore commerciale orientato all’export devono sfruttare l’automazione, l’intelligenza artificiale e la robotica in modo tale che la produzione locale rimanga redditizia, anche se l’offerta di manodopera cresce meno. Nel settore edile e immobiliare, le tendenze demografiche saranno determinanti nel decidere se l’attività sarà maggiormente influenzata dal volume delle nuove costruzioni oppure dalla densificazione, dal risanamento e dalla transizione energetica, con conseguenti opportunità per gli offerenti specializzati e rischi per i modelli di business che puntano sull’espansione permanente delle superfici.

In ogni caso l’evoluzione demografica deve essere presa in considerazione

In tutti i settori, l’aspetto forse più importante è che le decisioni relative alla demografia e alla migrazione stanno modificando l’orizzonte temporale strategico delle imprese. Nel breve periodo si tratta di apportare adeguamenti alle procedure di assunzione, alla formazione continua e all’organizzazione. A medio termine, l’obiettivo finale è quello di riorientare i modelli aziendali in modo tale che possano sopravvivere in un contesto in cui la forza lavoro scarseggia, la popolazione invecchia e la produttività diventa un fattore decisivo. 

A nostro avviso, la votazione di per sé non fornisce alcuna risposta definitiva a queste riflessioni, ma definisce un quadro entro il quale le imprese devono rispondere alla propria «domanda da 10 milioni»: come si può creare valore aggiunto in Svizzera quando la crescita della forza lavoro disponibile rallenta e, di conseguenza, il valore di ciascuna risorsa umana aumenta.

Santosh Brivio

Lead Economic Research
Infrastrutture

Cambiamento di programma per i futuri progetti infrastrutturali

Già oggi il grado di utilizzo delle infrastrutture svizzere varia notevolmente da una regione all’altra. Mentre i centri urbani e i loro agglomerati sono esposti quotidianamente a un elevato carico di traffico, le aree periferiche ne risentono in misura minore a causa del numero e della densità di popolazione nettamente inferiori.

Per le infrastrutture in Svizzera non prevediamo ripercussioni immediate neppure in caso di approvazione dell’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni», ma questo esito potrebbe influire sulla pianificazione futura. Le infrastrutture comprendono l’approvvigionamento energetico e idrico, le strade e le ferrovie, ma anche l’accesso alla medicina e all’istruzione.

Temporanea distensione per quanto riguarda l’ulteriore pressione demografica

L’attuazione di misure mirate per regolare la crescita demografica potrebbe contribuire a mitigare i timori di una crescente congestione delle infrastrutture e degli spazi abitativi. Limitando la rapida crescita demografica, si attenua ulteriormente, almeno in via temporanea, il timore di un ulteriore aggravarsi del cosiddetto «stress da densità». 

Allo stesso tempo, tale evoluzione richiederebbe un riorientamento dei processi di pianificazione strategica nel settore dello sviluppo delle infrastrutture. I precedenti approcci di pianificazione, basati su una crescita continua, dovrebbero essere adattati alle mutate condizioni quadro demografiche. Anche in futuro l’obiettivo dovrà essere quello di utilizzare in modo efficiente l’infrastruttura esistente e di sfruttarne in modo ottimale le capacità, senza superare i limiti di carico. In questo caso appare realistico un adeguamento tempestivo delle basi di pianificazione. Ciò comporta la rivalutazione dei limiti di capacità delle infrastrutture esistenti e la modellizzazione della futura distribuzione della popolazione nelle diverse regioni. Sulla base delle previsioni aggiornate è possibile prendere decisioni fondate per l’ampliamento e l’ulteriore sviluppo dell’infrastruttura. 

Riduzione limitata del carico sulle infrastrutture nei luoghi di domicilio e di lavoro – e lungo il tragitto

Considerata l’immigrazione prevista, che dovrebbe protrarsi fino all’attuazione e all’entrata in vigore delle misure pianificate, è lecito supporre che le infrastrutture esistenti continueranno a essere sottoposte almeno al carico attuale. Ciò implica che, nel breve periodo, ci si possa aspettare solo un alleggerimento marginale delle infrastrutture, come ad esempio i sistemi di trasporto. Particolarmente interessati sono in questo contesto i collegamenti tra il luogo di domicilio e quello di lavoro, sia su strada che nel trasporto pubblico locale, dove anche in futuro è prevedibile un elevato carico di traffico. Lo stesso vale per le infrastrutture di approvvigionamento nei rispettivi luoghi di domicilio e di lavoro, che a breve termine dovrebbero essere ancora al limite della loro capacità. 

Per quanto riguarda lo sviluppo a medio termine, prevediamo uno spostamento delle priorità nella pianificazione delle infrastrutture. Sembra evidente che l’attenzione sarà sempre meno concentrata sui progetti stradali e di edilizia civile. Allo stesso modo, nel settore dell’edilizia si prevede una riduzione degli investimenti negli edifici pubblici, il che fa presagire un calo complessivo dell’attività edilizia in questi settori. Questa evoluzione potrebbe tradursi in un calo del volume degli ordini per il settore edile e comportare quindi implicazioni economiche sui settori interessati.

Pressione regionale sulle infrastrutture in calo nel lungo periodo

Sullo sfondo di uno sviluppo demografico stagnante o addirittura in declino a lungo termine, in alcune regioni potrebbe profilarsi un decongestionamento delle infrastrutture esistenti. Già oggi si osservano evidenti differenze nel grado di utilizzo delle infrastrutture. Questa divergenza regionale dovrebbe accentuarsi ulteriormente in futuro. Le aree urbane e le regioni turistiche continueranno a essere molto richieste e registreranno picchi di affluenza. In alcune regioni, invece, ciò potrebbe comportare una minore espansione delle infrastrutture a lungo termine in paesaggi finora incontaminati, in quanto potrebbero non essere necessari ulteriori potenziamenti infrastrutturali, dato che le capacità esistenti sono sufficienti. 

Con la diminuzione della pressione sulle infrastrutture in determinate regioni, cambiano anche le priorità nella pianificazione e nel finanziamento delle stesse. L’attenzione è sempre più rivolta alla manutenzione e all’ammodernamento dei punti di approvvigionamento sottoposti a forte sollecitazione. Per contro, la necessità di investire nello sviluppo di nuove infrastrutture dovrebbe ridursi, in particolare partendo dal presupposto che non si possa escludere un calo demografico in un arco temporale compreso tra i 20 e i 30 anni. A lungo termine, questa evoluzione potrebbe portare a una riduzione della spesa pubblica nel settore della costruzione delle infrastrutture, aprendo così margini di manovra finanziari per altre priorità.

Deterioramento strisciante delle infrastrutture periferiche 

Nelle regioni scarsamente popolate, in particolare, si prevede una diminuzione dell’utilizzo di determinate infrastrutture. Il calo della domanda di queste strutture comporta una riduzione degli investimenti nella loro manutenzione e nel loro ammodernamento. Ne consegue inevitabilmente che le infrastrutture interessate diventino sempre più obsolete, perché non vengono attuate misure di ammodernamento. A lungo termine ciò potrebbe comportare un deterioramento della qualità delle infrastrutture.

Un ulteriore aspetto è il generale aumento dell’onere finanziario pro capite. Poiché i costi di manutenzione delle infrastrutture dovrebbero essere ripartiti su una base di popolazione stabile o potenzialmente in declino a lungo termine, la quota pro capite della spesa dovrebbe aumentare. 

Per la Svizzera, l’esito della votazione non rappresenta quindi una soluzione univoca alle sfide in materia di infrastrutture. Un sì potrebbe certamente portare a un alleggerimento in alcuni ambiti, ma in altri invece comportare nuove sfide. In questo senso, la pianificazione infrastrutturale a lungo termine è e rimane fondamentale e costituisce la chiave per un futuro approvvigionamento ottimale in Svizzera, indipendentemente dall’esito della votazione. 

Michelle Müller

Analista Ricerche immobiliari
Immobili

Effetti contrari sul mercato immobiliare

Una diminuzione della domanda nel mercato immobiliare può avere effetti opposti. Ciò potrebbe scoraggiare gli investitori immobiliari dall’allocare ingenti somme di capitale in questo segmento. I locatari, invece, potrebbero beneficiarne, a condizione che l’offerta rimanga stabile.

Visti i diversi effetti sugli svariati stakeholder che partecipano tutti allo stesso mercato, a nostro avviso non esiste una valutazione generalmente valida delle ripercussioni di un eventuale sì all’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni» sul mercato immobiliare svizzero. Tuttavia, a causa dell’inerzia del mercato, non prevediamo cambiamenti immediati. Inoltre, la domanda non è determinata esclusivamente dall’immigrazione, ma è influenzata anche dai megatrend come l’urbanizzazione o l’individualizzazione. 

Riorientamento strategico della futura allocazione del portafoglio

Il mercato degli investimenti immobiliari, in particolare, si contraddistingue per una capacità di reazione relativamente lenta agli shock esterni, il che consente di riflettere tempestivamente sul riorientamento strategico dei portafogli. In questo contesto, assumono particolare importanza aspetti quali la diversificazione regionale dei portafogli e la considerazione dei cambiamenti demografici. Questi ultimi comprendono, tra l’altro, l’aumento delle famiglie di piccole dimensioni e l’invecchiamento della popolazione, che pongono nuove sfide al settore immobiliare.

In questo contesto, gli adeguamenti a breve termine della strategia di portafoglio potrebbero essere attuati attraverso un ribilanciamento mirato dell’asset allocation sia a livello regionale che in relazione a specifici segmenti di mercato. Inoltre, le opportunità di investimento alternative sono sempre più al centro dell’attenzione per allocare il capitale liberato in modo efficiente e orientato al rendimento. Alla luce di un prevedibile calo della domanda nell’edilizia residenziale, che dal punto di vista degli investitori ridurrà la redditività in questo settore, nel complesso ipotizziamo una realizzazione meno frequente di progetti edilizi in località meno attraenti.

Per gli affittuari di spazi a uso ufficio e commerciale, invece, un voto favorevole all’iniziativa apre nuove opportunità. L’attuale eccesso di offerta di spazi a destinazione ufficio in alcune regioni dovrebbe ampliarsi gradualmente, con la conseguente disponibilità di superfici anche in zone prestigiose. Questa evoluzione offre alle imprese la possibilità di ottimizzare la scelta della sede e di trasferirsi in spazi per uffici che rispondono meglio alle loro esigenze specifiche. 

L’urbanizzazione e l’individualizzazione influenzano la domanda

Indipendentemente dall’esito della votazione l’evoluzione demografica, in particolare la crescita demografica prevista a breve termine a causa dell’immigrazione, continuerà a stimolare la domanda di alloggi nel prossimo futuro. In combinazione con un’insufficiente espansione dell’offerta, ciò dovrebbe portare a un ulteriore aumento sia degli affitti che dei prezzi di vendita nei prossimi 2-3 anni. Questo dinamismo è ulteriormente accentuato dal megatrend globale dell’urbanizzazione. Il fascino degli spazi urbani rimane immutato, il che mantiene alta la pressione sulle aree urbane e sui comuni circostanti.

La migrazione dalle regioni periferiche verso gli agglomerati ben collegati e nelle vicinanze dei centri urbani principali dovrebbe persistere o addirittura intensificarsi anche in futuro. Tuttavia, la concentrazione edilizia nei centri urbani sta diventando sempre più difficile, il che aggrava ulteriormente le disparità regionali. Mentre le zone rurali e strutturalmente deboli perdono attrattiva, la domanda e l’aumento dei prezzi si concentrano nei centri urbani. Questa tendenza è confermata dal fatto che la maggior parte dei posti di lavoro continua a essere concentrata nelle aree metropolitane e in quelle circostanti. Non ci aspettiamo quindi un calo immediato della domanda sul mercato immobiliare nelle aree urbane.

Un altro megatrend determinante è la crescente individualizzazione della società che si ripercuote sulla domanda di spazi abitativi. Il crescente numero di nuclei familiari, in particolare di nuclei familiari composti da una o due persone, comporta un fabbisogno proporzionalmente più elevato di alloggi. Il declino delle strutture familiari tradizionali a favore dei nuclei familiari più piccoli richiede un adeguamento dell’offerta di abitazioni per far fronte alla crescente domanda. 

Parziale distensione sul mercato residenziale

La dinamica del mercato immobiliare potrebbe mostrare segnali di una parziale distensione, soprattutto dal punto di vista degli inquilini. Una riduzione dell’immigrazione potrebbe portare, in alcune regioni, a un sensibile alleggerimento della pressione sul mercato degli affitti. Ciò si tradurrebbe in una stagnazione dei canoni di locazione e in una maggiore disponibilità di immobili in affitto per le persone in cerca di alloggio. Il calo della domanda dovrebbe incidere maggiormente sul mercato degli affitti piuttosto che su quello della proprietà abitativa, in quanto i migranti sono prevalentemente inquilini. Tuttavia, in caso di accettazione dell’oggetto in votazione, ci attendiamo una moderata distensione anche per quanto riguarda la proprietà abitativa, che potrebbe tradursi in un rallentamento dell’aumento dei prezzi. 

Parallelamente, potrebbe emergere un utilizzo più efficiente della superficie abitativa pro capite. I cambiamenti sociali, come l’aumento dell’invecchiamento della popolazione, il calo dei nuclei familiari e la progressiva individualizzazione, influenzano in modo determinante le esigenze abitative. Un’offerta potenzialmente ampliata di alloggi potrebbe gettare le basi per una distribuzione e un utilizzo ottimizzati delle superfici abitabili disponibili. Tale sviluppo è tuttavia subordinato a diverse condizioni. Un calo duraturo della pressione della domanda sarebbe essenziale tanto quanto una maggiore disponibilità a modificare le proprie aspettative in materia di abitazioni. Ciò presuppone che gli affitti raggiungano un livello tale da rendere i traslochi interessanti dal punto di vista economico. Solo a queste condizioni sarebbe possibile ottenere un miglioramento a lungo termine dell’utilizzo dello spazio abitativo pro capite. In questo caso, il fattore decisivo rimane l’offerta. Questa dovrebbe rimanere sufficientemente elevata per poter offrire tali condizioni ottimali. 

Calo degli investimenti immobiliari a livello regionale

Dal punto di vista degli investitori, la domanda futura sul mercato immobiliare è un fattore fondamentale, sia per quanto riguarda gli appartamenti in affitto che le superfici per uffici e commerciali. Una domanda in calo a fronte di un’offerta stabile porta inevitabilmente, secondo la logica del mercato, a un calo dei prezzi immobiliari. Ciò ha conseguenze di ampia portata per il settore edile: l’attività edilizia viene limitata e i nuovi progetti vengono avviati solo dopo una verifica approfondita della loro redditività a lungo termine. 

Per gli investitori questo andamento comporta notevoli rischi. In particolare, il rischio di superfici sfitte e di una possibile svalutazione dovrebbero ridurre la propensione agli investimenti nel settore immobiliare. Nelle regioni con un forte invecchiamento della popolazione o che registrano un calo demografico a causa dell’emigrazione, si prevede un aumento degli alloggi sfitti. Al contrario, ci attendiamo un ulteriore aumento della domanda di immobili nei centri urbani e negli agglomerati circostanti. Per posizioni così attraenti la propensione agli investimenti dovrebbe rimanere elevata poiché in queste zone anche in futuro ci sarà la domanda di spazi abitativi. 

In conclusione, non è quindi possibile quantificare con precisione l’impatto potenziale di una minore immigrazione sulla domanda di alloggi, in quanto la domanda di alloggi è influenzata anche da una serie di altri fattori. Al contempo, non è chiaro come si evolverebbe l’offerta di alloggi in un simile scenario. Il mercato immobiliare, come ogni mercato, è caratterizzato dall’interazione dinamica tra domanda e offerta, che insieme determinano la formazione dei prezzi. I fattori trainanti fondamentali permangono, anche se in parte in forma modificata. 

Michelle Müller

Analista Ricerche immobiliari
Investimenti

Nonostante la delicatezza politica, nessuna prova di stress per il portafoglio

Il mercato azionario svizzero presenta molte qualità e caratteristiche che non vengono direttamente intaccate dall’esito dell’iniziativa «No a una Svizzera da 10 milioni». A ciò si aggiunge il fatto che i fattori esterni come la congiuntura economica mondiale, la geopolitica e il panorama dei tassi d’interesse continueranno a rappresentare i propulsori decisivi.

Per gli investitori, la votazione «No a una Svizzera da 10 milioni» non è una classica notizia di borsa, ma definisce con maggiore chiarezza il contesto in cui verranno prese le decisioni d’investimento nei prossimi anni. A breve termine, gli effetti diretti sul mercato dovrebbero rimanere gestibili. Non è tanto il risultato della votazione a essere decisivo quanto il modo in cui saranno strutturate concretamente la politica economica, le regole in materia di migrazione e di mercato del lavoro nonché la politica fiscale e sociale. 

Adagio adagio!

Ciò significa che, per il momento, i rischi geopolitici, l’andamento dei tassi d’interesse e la dinamica di crescita globale influenzano i rendimenti attesi in misura maggiore rispetto a una singola votazione, anche se questa è fortemente carica di implicazioni sul piano della politica interna ed europea. In questo senso, il voto non aumenta in modo sostanziale l’incertezza, ma si limita a modificare gli aspetti salienti degli scenari su cui si sta lavorando comunque.

In caso di approvazione con un’attuazione efficace dal punto di vista politico e amministrativo, gli investitori potrebbero beneficiare di un quadro di aspettative più chiaro a breve e medio termine. Se l’economia e la politica dimostrano in modo credibile come intendono affrontare il fabbisogno di manodopera qualificata, l’aumento della produttività e l’attrattiva della piazza economica in uno scenario di crescita demografica contenuta, ciò rafforzerà la fiducia nella redditività a lungo termine delle imprese svizzere. Proprio le aziende di alta qualità, con un bilancio solido, una forte posizione di mercato e un elevato potenziale innovativo, potrebbero acquisire ancora più attrattiva come componenti del portafoglio.

Niente attivismo precipitoso

Per contro, i rischi a breve termine consistono principalmente nel fatto che un’approvazione interpretata in modo controverso porti inizialmente a maggiori spinte di volatilità nei settori ciclici interni, ad esempio laddove la crescita è fortemente legata al mercato interno o dove gli investimenti sono esposti a una forte incertezza normativa. In un contesto in cui eventi estremi, conflitti e incertezza sui tassi d’interesse minano comunque le prospettive di rendimento, tuttavia, anche in questo caso mettiamo esplicitamente in guardia da una frettolosa riallocazione del portafoglio.

A più lungo termine, prevalgono le questioni strutturali, ovvero quelle a cui gli investitori istituzionali prestano tradizionalmente maggiore attenzione rispetto alle oscillazioni di mercato a breve termine. Le analisi storiche mostrano che, nonostante le ripetute crisi e battute d’arresto, le azioni svizzere hanno fornito rendimenti reali interessanti per lunghi periodi e che i portafogli bilanciati composti da azioni e obbligazioni consentono, nel lungo periodo, di ottenere rendimenti stabili, seppur inferiori, con una minore volatilità. 

Il mercato svizzero è resiliente

Già solo il classico e ampiamente diffuso portafoglio 60/40 (azioni/obbligazioni) realizza da oltre un secolo un rendimento nominale annualizzato di circa il 6%. Gli investitori che hanno mantenuto un portafoglio di questo tipo per dieci anni non avrebbero storicamente subito perdite. 

In questo contesto, le prospettive a lungo termine di un’approvazione dell’iniziativa risiedono soprattutto nel fatto che una gestione efficace del cambiamento demografico sostenga o addirittura migliori l’attrattiva della piazza economica svizzera. Se si riuscirà a rafforzare la produttività e l’innovazione senza compromettere la coesione sociale o la sostenibilità del sistema previdenziale, la Svizzera rimarrà una sede attraente per le imprese orientate all’esportazione, con conseguenti ripercussioni positive sulla redditività dei titoli quotati. Un tale contesto potrebbe, in particolare, continuare a sfruttare i punti di forza strutturali del mercato azionario svizzero – margini elevati, forti attori di nicchia, qualità difensive – e generare flussi di cassa stabili a lungo termine di cui gli investitori beneficiano attraverso dividendi e rialzi delle quotazioni. Anche gli investimenti immobiliari nazionali incentrati su immobili situati in zone prestigiose dovrebbero continuare a beneficiare dell’elevata capacità di spesa delle famiglie e delle condizioni quadro istituzionali stabili, qualora l’iniziativa venisse approvata.

 

Per quanto banale possa sembrare, la diversificazione è fondamentale

Nel lungo periodo, invece, i rischi risiedono principalmente in scenari in cui un percorso caratterizzato da maggiori limitazioni demografiche e in materia di politica migratoria non sia accompagnato da sufficienti incrementi di produttività. In questi casi, la crescita economica generale, gli utili societari e, di conseguenza, anche le aspettative di rendimento a lungo termine possono subire pressioni. Se si dovesse effettivamente verificare un tale andamento, vale a maggior ragione ciò che è ormai noto e universalmente valido: un portafoglio ampiamente diversificato con una quota azionaria appropriata, integrato da obbligazioni e valori materiali, rimane fondamentale anche in questo contesto per mantenere l’equilibrio tra rendimento e rischio.

L’arte vera e propria non consiste quindi tanto nell’anticipare «correttamente» l’esito del voto, quanto piuttosto nel costituire portafogli in grado di far fronte a diversi scenari demografici ed economici. Nel breve periodo, si tratta di garantire la resilienza alla volatilità e alle sorprese sui tassi d’interesse, nel lungo termine, di sfruttare in modo mirato i punti di forza strutturali della piazza economica svizzera: dalla stabilità delle istituzioni alla forza innovativa delle imprese, fino alla funzione del franco come bene rifugio. In questo senso la votazione è un ulteriore elemento di un quadro complesso, ma non è l’unico a scandire il ritmo della strategia d’investimento.

Santosh Brivio

Lead Economic Research

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