Valutazioni del mercato

È finita l’euforia del tecnologico?

Un tempo star indiscusse della borsa, i grandi gruppi tecnologici USA vivono una fase di disillusione. Particolarmente colpite sono le tradizionali aziende di software, messe sotto pressione dalla rapida diffusione degli agenti IA. Allo stesso tempo, le imprese nell’orbita dell’IA fanno fronte alla sfida di dover soddisfare le elevate aspettative degli investitori.

Andrea Bally
Pubblicato
Tempo di lettura: 3 minuti

I grandi gruppi tecnologici USA, a lungo acclamati come incontrastati trionfatori in borsa, stanno attualmente attraversando una fase di disillusione. La loro capitalizzazione di mercato ha dominato per anni i mercati azionari statunitensi, spingendo le quotazioni a livelli vertiginosi. Dopo un inizio d’anno caratterizzato da turbolenze, nelle ultime settimane le azioni tecnologiche sono riuscite a recuperare leggermente terreno. L’indice di borsa Nasdaq è cresciuto di oltre il 3% ad aprile e anche i titoli dei Magnificent 7 hanno beneficiato della generale ripresa delle borse. Ma, a un esame più attento, i dati lasciano un sapore amaro: considerate le aspettative di profitto ancora elevate, gli utili delle quotazioni sono relativamente modesti.

Le tradizionali aziende di software di fronte a sfide        

A esserne particolarmente colpite sono le tradizionali aziende di software. Da inizio anno le loro azioni hanno perso in media oltre il 25%. Una delle ragioni principali è la crescente diffusione degli agenti IA che aggirano sempre più spesso le applicazioni aziendali tradizionali. Queste tecnologie sostituiscono le interfacce utente, automatizzano i flussi di lavoro e mettono in discussione la ragion d’essere delle soluzioni software specializzate.

Sotto la pressione delle aspettative le aziende nell’orbita dell’IA

Sotto pressione, ma per ragioni diverse, sono anche le aziende strettamente legate allo sviluppo dell’IA, come i produttori di semiconduttori, i gestori di data center e i cosiddetti hyperscaler. Qui non è tanto una questione di disruption, quanto di elevate aspettative degli investitori. Questi ultimi esigono ora rendimenti concreti sugli ingenti investimenti, che solo quest’anno ammontano a oltre 650 miliardi di dollari USA. La conseguenza: quest’anno il flusso di cassa libero di queste imprese dovrebbe diminuire notevolmente, poiché da giganti del software a bassa intensità di capitale esse si stanno trasformando in società di infrastrutture ad alta intensità di capitale. Le loro quote di investimento (Capex) rappresentano ormai dal 45% al 57% del fatturato, valori che solitamente si riscontrano piuttosto nelle aziende di servizi pubblici.

E da marzo di quest’anno un altro fattore è andato ad aggravare la situazione. Mentre gli investitori erano già impegnati a riconsiderare le valutazioni eccessive dell’IA e a separare il grano dal loglio, lo scoppio del conflitto con l’Iran ha causato un ulteriore shock. I mercati hanno reagito come fanno sempre nei periodi di incertezza geopolitica: i capitali sono defluiti da titoli di rischio orientati alla crescita, in primo luogo le azioni tecnologiche, verso porti sicuri come l’oro e le azioni difensive.

Crescono i costi per l’energia

La guerra in Iran ha ulteriormente accentuato le incertezze sui mercati finanziari. Il blocco dello Stretto di Hormuz, una delle principali rotte commerciali per il petrolio e il gas liquefatto, ha fatto impennare i prezzi dell’energia. Questo contesto pone di fronte a grandi sfide soprattutto i settori orientati alla crescita, come l’industria delle Big Tech. Da un lato, l’aumento dei prezzi dell’energia grava sui margini degli hyperscaler, che sono infatti particolarmente colpiti per via del loro elevato consumo di energia. Dall’altro lato, il rincaro dell’energia alimenta l’inflazione, costringendo le banche centrali a mantenere i tassi d’interesse a livelli elevati per un periodo prolungato. È una situazione particolarmente problematica per i titoli tecnologici, in quanto il loro valore si basa su utili futuri che subiscono una maggiore svalutazione con l’aumentare dei tassi d’interesse.

Carenza di materie prime: un nuovo tallone d’Achille per l’industria tecnologica

Oltre all’aumento dei costi energetici, l’attenzione si concentra su un altro fattore di rischio: l’approvvigionamento di materie prime speciali e gas di processo. Ne risentono soprattutto le aziende produttrici di semiconduttori, che dipendono da materiali rari. Mentre il silicio è disponibile in grandi quantità, altre materie prime, come determinati metalli e gas, sono spesso scarse e difficilmente sostituibili.

Particolarmente critico è l’elio, indispensabile nella produzione di semiconduttori, nella tecnologia medica e in altre applicazioni high-tech. I produttori sudcoreani di chip, come Samsung, acquistano circa due terzi del loro fabbisogno di elio dalla regione del Golfo. Per le aziende che traggono vantaggio dalla digitalizzazione e dall’IA ciò significa trovarsi di fronte a un dilemma tra opportunità di crescita e rischi legati alle materie prime.

Conclusione: maggiori opportunità nel settore tecnologico

Anche se l’euforia iniziale intorno alla tecnologia ha lasciato il posto, negli ultimi anni, a una valutazione più realistica, la tecnologia, e in particolare l’intelligenza artificiale, rimane il motore centrale della crescita di questo decennio. All’interno del settore tecnologico, il capitale si sta spostando sempre più dalle aziende di software verso quelle specializzate in infrastrutture IA e hardware. Qui si intravede un cambiamento decisivo: la creazione di valore tramite l’IA non si concentra più solo su pochi grandi gruppi: salgono invece sempre più alla ribalta le imprese specializzate di secondo piano che traggono beneficio diretto dallo sviluppo e dall’espansione delle infrastrutture di IA. Ciò è particolarmente evidente tra le imprese di semiconduttori e di infrastrutture: Broadcom si sta affermando sempre più come attore di tutto rispetto nel comparto dei chip per l’IA. Al contempo, aziende come Arista Networks traggono enormi benefici dalla rapida espansione dei data center per l’IA, realizzati a velocità record da hyperscaler come Microsoft. Nel settore del software acquisiscono sempre più rilievo i fornitori specializzati di applicazioni IA, tra cui Palantir e ServiceNow. Essi forniscono il livello chiave di IA aziendale, che poggia sulle infrastrutture prodotte dai cosiddetti «Magnificent Seven». Anche le imprese industriali tradizionali come ABB e Siemens acquisiscono sempre più visibilità, poiché l’automazione basata sull’IA sta rivoluzionando la produttività nei loro settori core.

Per chi investe, questo significa che vale la pena guardare oltre i propri orizzonti e investire in una gamma più ampia di aziende operanti lungo l’intera catena del valore dell’IA. I tempi in cui si poteva puntare solo su poche mega cap del settore tecnologico sono ormai finiti, ma le opportunità in questo comparto restano molteplici.

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