Valutazioni del mercato

La BNS resta ferma. Avrebbe dovuto osare di più?

La Banca nazionale svizzera mantiene il tasso guida allo 0%. Era la decisione nettamente attesa. Ci sarebbero però stati buoni motivi per un cauto rialzo dei tassi, così da ricostituire un piccolo margine di sicurezza nella politica monetaria.

Santosh Brivio
Pubblicato
Tempo di lettura: 3 minuti

Il quadro di partenza deponeva anzitutto chiaramente a favore della continuità. Prima della decisione, il mercato attribuiva una probabilità di circa il 97% al mantenimento del tasso guida; tutti gli esperti interpellati da Reuters si attendevano un nulla di fatto. Confermando oggi questo consenso, la BNS evita una sorpresa che avrebbe probabilmente suscitato reazioni marcate sui mercati valutari e dei tassi.

L’inflazione torna al centro dell’attenzione

Il contesto internazionale è tuttavia meno rassicurante di quanto possa suggerire un tasso guida svizzero allo zero. La Fed ha recentemente alzato di 25 punti base l’intervallo obiettivo, portandolo al 3,75–4,00%. Anche la BCE ha aumentato i tassi di riferimento di 25 punti base. Le principali banche centrali occidentali inviano così un segnale inequivocabile: i rischi inflazionistici non vengono più soltanto monitorati, ma di nuovo contrastati più attivamente.

Anche in Svizzera il quadro è cambiato. In agosto il rincaro è salito allo 0,8% su base annua. Si colloca quindi vicino alla metà della fascia obiettivo della BNS, compresa tra lo 0 e il 2%, e non più immediatamente a ridosso della soglia della deflazione. Nel contempo, l’economia svizzera ha mostrato di recente una forza sorprendente. La dinamica interna rimane solida e gli ultimi indicatori aziendali non indicano una necessità impellente di ulteriore sostegno monetario.

Una stretta non sarebbe stata indispensabile…

Non si tratta di una situazione che richieda necessariamente una politica monetaria più restrittiva. Il recente aumento dell’inflazione è stato determinato in misura rilevante dall’energia; al netto dei prodotti petroliferi, il rincaro in agosto era pari soltanto allo 0,3%. Un singolo dato mensile più elevato non configura ancora un nuovo regime inflazionistico. A ciò si aggiungono i rischi per l’economia esportatrice e la possibilità che tornino in qualsiasi momento pressioni al rialzo sul franco.

Resta tuttavia legittimo chiedersi se oggi la BNS non abbia lasciato sfumare un’opportunità. Un passo allo 0,25% non sarebbe stato un programma restrittivo. Avrebbe piuttosto ricostituito un piccolo margine di sicurezza convenzionale, poiché a zero lo spazio per ridurre ulteriormente i tassi è esaurito, se si vuole evitare per quanto possibile un ritorno ai tassi negativi.

…ma non sarebbe stata neppure una scelta sbagliata

Un rialzo moderato avrebbe avuto tre vantaggi: avrebbe sottolineato la disponibilità a reagire a un aumento più generalizzato dei prezzi, teso a sostenere il franco e attenuato così, attraverso i prezzi delle importazioni, una parte di un eventuale nuovo shock dei prezzi energetici. Al tempo stesso, avrebbe restituito alla BNS un maggiore margine d’intervento in caso di un futuro indebolimento congiunturale.

In questo contesto, la decisione odierna di mantenere invariati i tassi è comprensibile e corrispondeva al nostro scenario di base. Non era però l’unica opzione. Con una domanda interna robusta, un’inflazione ormai più lontana dalla soglia della deflazione, minori pressioni di apprezzamento sul franco e un contesto monetario globale più restrittivo, un rialzo prudente sarebbe stato altrettanto difendibile. La domanda non è quindi più soltanto se la BNS aumenterà un giorno i tassi, ma perché non l’abbia fatto già oggi.

Anche se, dopo la decisione odierna, lo scenario prevalente resta quello di un tasso guida nullo fino alla fine del 2027, non escludiamo un primo rialzo già nel corso del prossimo anno, a condizione che l’inflazione non torni ad avvicinarsi alla soglia della deflazione e che la dinamica congiunturale rimanga solida.

(Foto: Keystone / AFP / Fabrice Coffrini)

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