Il debito pubblico USA cresce incontrollato
Negli Stati Uniti non si profila alcuna inversione di tendenza nella crescita del debito pubblico. Il servizio del debito pesa sempre più sul bilancio pubblico e l’aumento delle entrate doganali cambierà ben poco la situazione.
Rapporto debito pubblico/PIL del 200%?
A metà agosto scorso il debito pubblico degli Stati Uniti ha oltrepassato per la prima volta la soglia dei 37 bilioni di dollari. L’importo supera di gran lunga il valore complessivo di tutti i beni e servizi prodotti negli USA, portando il rapporto debito pubblico/PIL a circa il 123%.
Poiché il tasso di crescita di questa montagna di debiti è nettamente superiore a quello dell’economia nazionale, il Congressional Budget Office del Congresso degli Stati Uniti, un organo apartitico, stima che entro il 2050 tale rapporto raggiungerà il 145%. Il Dipartimento del Tesoro si spinge oltre e prevede addirittura un indebitamento pari al 200% del PIL. A prescindere dalle singole previsioni, è evidente che, se non verrà corretto il tiro, le prospettive per le finanze pubbliche statunitensi sono tutt’altro che rosee per i prossimi decenni.
Un tema ignorato nel dibattito politico
In realtà, anche negli Stati Uniti esisterebbe in teoria uno strumento atto a limitare il rapido aumento del debito pubblico: il tetto del debito. Tuttavia non si tratta di un meccanismo strutturato come il freno all’indebitamento svizzero, che tiene conto dell’andamento congiunturale per definire i disavanzi consentiti. Oltreoceano questo è solo un importo massimo che limita la quantità totale di denaro che lo Stato può prendere in prestito. Il governo, con l’approvazione del Congresso, può innalzare a piacimento questo limite massimo.
È quanto avvenuto, per l’ennesima volta, lo scorso luglio, quando il Congresso ha approvato il «One Big Beautiful Bill» di Donald Trump. La legge riunisce numerose misure di politica fiscale: una riforma tributaria che riduce le entrate, il rinnovo delle agevolazioni fiscali del 2017 per imprese e privati, nuovi sgravi e deduzioni, oltre a tagli alle spese per welfare, sanità e transizione energetica. La ciliegina sulla torta è l’aumento di ulteriori 5 bilioni di dollari del tetto del debito, che supera così i 41 bilioni di dollari. Le ripercussioni sul bilancio federale sono considerevoli: stando a diverse stime, nei prossimi 10 anni il debito pubblico aumenterà di almeno altri 3 bilioni.
A parte alcuni deputati e senatori di entrambi i partiti, l’argomento non ha suscitato grande scalpore. L’elevato indebitamento del governo è, per così dire, una questione che unisce lo scacchiere politico. Negli ultimi 50 anni, solo durante il secondo mandato del presidente Bill Clinton è successo che l’esercizio fiscale si sia chiuso con un bilancio in pareggio o addirittura in surplus.
Non ancora con l’acqua alla gola
Malgrado il rapido espandersi del debito pubblico, che dalla crisi finanziaria del 2007/2008 è più che triplicato, gli USA sono tutt’altro che in bancarotta. La loro economia è leader globale in molti settori innovativi, il mercato dei capitali è imbattibile e il dollaro USA rimane la valuta di riferimento globale per il trading e i mercati finanziari, nonostante la recente perdita di fiducia e la svalutazione.
E questo indipendentemente dal doppio deficit che caratterizza l’economia statunitense: oltre al deficit di bilancio, gli Stati Uniti sono importatori netti. È proprio questo disavanzo delle partite correnti ad avere un ruolo importante nell’aumento del debito pubblico, poiché comporta un costante afflusso di dollari all’estero. Questi fondi possono essere utilizzati per acquistare beni o servizi americani o per investire negli Stati Uniti. Particolarmente interessanti dal punto di vista del rapporto rischio/rendimento sono i Treasury statunitensi: circa un terzo dei titoli di Stato in circolazione è infatti detenuto da investitori esteri. Questa domanda elevata contribuisce sostanzialmente a mantenere bassi i costi di indebitamento per il governo statunitense, incoraggiando l’assunzione di ulteriore debito invece di affrontare questioni politicamente impopolari come l’aumento del gettito fiscale o la riduzione della spesa pubblica.
Gli effetti di decenni di disciplina fiscale poco rigorosa emergono chiaramente nei rapporti mensili sulle finanze pubbliche. Nell’esercizio 2025 si delinea un’accelerazione nella crescita del disavanzo. È sorprendente il fatto che gli interessi passivi rappresentano ormai la seconda voce di spesa più importante, ancora prima delle spese per la difesa. Il servizio del debito costa al governo statunitense 3 miliardi di dollari al giorno. Anche il settore privato risente dell’elevato livello di indebitamento, perché il massiccio ricorso al credito da parte dello Stato fa salire i tassi di interesse per tutti, andando così a ridurre gli investimenti privati.
La politica di Trump giova alle finanze pubbliche?
Dal secondo insediamento del presidente Donald Trump, tuttavia, il vento è cambiato. Con la sua politica commerciale protezionistica, Trump mira a ridurre il disavanzo commerciale e a incoraggiare le imprese ad aprire stabilimenti produttivi negli USA. I dazi elevati mettono sotto pressione i partner commerciali e questa strategia potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio se Paesi come la Cina dovessero utilizzare le loro ingenti riserve di titoli del Tesoro USA per aumentare i costi di finanziamento degli Stati Uniti mediante vendite mirate.
Un altro tema scottante per Trump è il tasso di riferimento della Fed, attualmente compreso tra il 4,25% e il 4,50%. Trump auspica un livello nettamente più basso per stimolare l’attività economica. Tuttavia, vi è un secondo aspetto cruciale: gran parte del debito contratto durante la crisi da COVID era a breve termine e dovrà presto essere rifinanziato. Nell’anno in corso, circa un quarto dei titoli di Stato dovrà essere rifinanziato in un contesto di tassi elevati.
Le finanze pubbliche non hanno lo stesso appeal mediatico dei disavanzi commerciali, e anziché affrontare seriamente il problema si discutono soluzioni non convenzionali. L’aumento delle entrate derivanti dalla politica doganale non basterà di certo a migliorare i conti pubblici. Inoltre, si è persino accennato all’ipotesi di convertire parte dei titoli di Stato a breve in obbligazioni a lunghissimo termine con rendimenti molto bassi. Sarebbe una misura senza precedenti che avrebbe un forte impatto sui mercati finanziari.
Dove porta questa strada?
La passività di fronte alla questione è anche la conseguenza di una mentalità miope che riguarda entrambi i partiti e che non tiene conto delle conseguenze strutturali di un debito incontrollato per le generazioni future. Una fetta sempre maggiore del bilancio dello Stato deve essere destinata al pagamento di interessi e rimborsi, con conseguente limitazione della capacità di spesa del governo. Ma a quel punto, sul mercato staranno probabilmente suonando da tempo i campanelli d’allarme, ossia i tassi d’interesse in rialzo. C’è ancora margine per cambiare rotta, ma si riduce sempre più con il passare del tempo.
In uno scenario estremo, la Fed potrebbe intervenire acquistando titoli di Stato americani su larga scala per stabilizzare i tassi di interesse. La linea di demarcazione verso la monetizzazione del debito sarebbe però molto sottile, con ripercussioni notevoli sulla credibilità dei mercati finanziari americani. Chi sarebbe disposto ad acquistare titoli di Stato statunitensi sapendo che la banca centrale può intervenire su ordine del governo? Ma non siamo (ancora) giunti a quel punto, e forse è uno scenario di un futuro lontano. Nel contesto attuale, i Treasury statunitensi rimangono un investimento sicuro che offre un interessante rendimento del capitale nonostante i rischi valutari.
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