Valutazioni del mercato

Dazi annunciati: che cosa significa il nuovo sovrapprezzo statunitense per le imprese svizzere

I nuovi dazi statunitensi nei confronti della Svizzera sono risultati in linea con le attese. Non è una bella notizia. Soprattutto alcuni settori chiave si trovano di fronte a sfide ancora maggiori. La minaccia maggiore è però di altra natura e resta il vero elefante nella stanza.

Santosh Brivio
Pubblicato
Tempo di lettura: 5 minuti

Da questo venerdì mattina gli esportatori svizzeri verso gli Stati Uniti pagano, sulla base della Section 301, una nuova aliquota doganale del 12,5%, motivata dall'accusa — di fatto difficilmente sostenibile — di misure insufficienti contro il lavoro forzato. Tre punti sono decisivi ai fini della valutazione economica:

  • Si tratta, in primo luogo, di una tariffa obiettivo e non di un dazio punitivo aggiuntivo. Il decreto presidenziale struttura l'aliquota «net of MFN»: il dazio della nazione più favorita e il dazio ai sensi della Section 301 sommano insieme al 12,5%; se l'aliquota MFN si colloca già al di sopra, il sovrapprezzo decade.
  • In secondo luogo, la cornice tiene. Con il 12,5% gli Stati Uniti rimangono al di sotto del tetto del 15 per cento della dichiarazione congiunta (Joint Statement) del 14 novembre 2025; farmaceutica e semiconduttori restano protetti oltre il tetto della Section 232. Lo shock del 39% dell'estate 2025 resta scongiurato.
  • E in terzo luogo, il punto dolente è l'UE. Grazie al suo divieto d'importazione di beni prodotti con il lavoro forzato, deciso nel 2024, essa si colloca soltanto al 10% — così come il Regno Unito. La Svizzera, con il suo approccio fondato sul dovere di diligenza, finisce nella categoria superiore insieme a Giappone e Corea. Lo svantaggio strutturale: 2,5 punti percentuali rispetto al principale concorrente europeo.

2,5 dolorosi punti percentuali

Gli Stati Uniti non sono un mercato di sbocco qualsiasi: circa il 40 per cento delle esportazioni svizzere ricade sotto il regime doganale e le esportazioni complessive hanno raggiunto nel 2025 un record di 287 miliardi di franchi. Lo svantaggio doganale non agisce tuttavia come grandezza media, bensì colpisce i singoli settori in modo molto diverso — ed è proprio in questa asimmetria che risiede la vera sfida per le imprese svizzere.

La meccanica aziendale è inesorabile: nel commercio di beni d'investimento B2B, sensibile ai margini, 2,5 punti percentuali decidono tra la commessa e il rifiuto. Il costruttore di macchine svizzero che presenta un'offerta contro un fornitore tedesco deve assorbire lo svantaggio sul proprio margine (erosione degli utili) oppure trasferirlo sul cliente statunitense (perdita di volume). Entrambe le opzioni riducono il rendimento, ed entrambe agiscono in modo cumulativo nel tempo — ogni prima commessa persa trascina con sé mancati ricavi da forniture successive e da servizi.

Vincitori, vinti e candidati in bilico

Farmaceutica e chimica rimangono ampiamente protette. Il blocco d'esportazione più consistente e più prezioso resta risparmiato grazie alle eccezioni e al tetto del 15% sui dazi della Section 232. È qui che risiede il vero segnale di distensione, poiché questo blocco domina le esportazioni svizzere verso gli Stati Uniti. Ciononostante l'euforia è tutt'altro che giustificata: l'estrema concentrazione su pochi principi attivi e poche aziende rende di colpo vulnerabile l'intera statistica, qualora questa protezione dovesse un giorno venir meno — una spada di Damocle. Per chimica e farmaceutica vale inoltre quanto segue: anche all'interno del tetto, l'aumento dei costi dei principi attivi e delle materie prime può gravare sui margini e — nel caso dei medicamenti essenziali — sull'approvvigionamento.

La perdente del nuovo regime doganale è invece l'industria delle macchine, delle apparecchiature elettriche e dei metalli (MEM). Macchine utensili, strumenti di precisione, automazione: questi beni sopportano l'intero 12,5%, non conoscono quasi eccezioni e sono in diretta concorrenza sul prezzo con Germania, Italia e Austria — tutte collocate nel blocco del 10%. Per il settore MEM lo svantaggio incide immediatamente sui margini e non può essere superato con la differenziazione del prodotto, poiché qui la concorrenza si gioca fortemente sul prezzo. Swissmem definisce « assurda » l'accusa mossa dagli Stati Uniti, dal momento che i prodotti a monte provengono dalla Svizzera o dall'UE — ma ciò non cambia nulla al calcolo doganale.

Per la tecnologia medica la valutazione non è del tutto univoca — attualmente la classifichiamo tra le «candidate in bilico». È vero che essa è esposta quanto l'industria MEM. Ma il potere negoziale è sensibilmente più elevato, viste le ingenti importazioni di prodotti statunitensi in Svizzera. Swiss Medtech chiede pertanto contromisure concrete: il rapido riconoscimento in Svizzera dei prodotti omologati negli Stati Uniti (come pegno negoziale) e la rinuncia a nuovi costi interni, come i previsti oneri di vigilanza sui dispositivi medici.

Poco toccati restano infine gli orologi e il formaggio. Già in novembre le aliquote erano state ridotte al 15%, rispettivamente ad aliquote ridotte; la cornice del 12,5% cambia poco per questi segmenti.

Deflusso di capitali anziché conto doganale

Per le imprese svizzere il conto doganale visibile non è forse nemmeno la voce più costosa. L'accordo è vincolato all'impegno che le aziende svizzere realizzino entro il 2028 investimenti diretti per 200 miliardi di dollari negli Stati Uniti — un terzo dei quali già nel 2026. Una gran parte ricade sulla farmaceutica (tra cui Roche 50 miliardi, Novartis 23 miliardi).

Sul piano economico si tratta di un'arma a doppio taglio. Nel breve periodo essa assicura l'accesso al mercato e la protezione doganale; nel medio periodo sposta produzione, ricerca e posti di lavoro in direzione degli Stati Uniti. Già oggi circa il 22 per cento dell'intero stock di investimenti diretti svizzeri si trova negli Stati Uniti. Il ministro dell'economia Guy Parmelin preferirebbe — come probabilmente molti altri — vedere quei 200 miliardi investiti «piuttosto in Svizzera». Ma il dazio agisce da catalizzatore di una delocalizzazione strisciante della piazza economica. Per singole aziende ciò può addirittura rendere la produzione «local-for-local » negli Stati Uniti una risposta razionale ai dazi; per la piazza industriale svizzera è il vero prezzo strutturale.

A nostro giudizio l'impatto macroeconomico rimane moderato se misurato allo scenario peggiore. Non riteniamo minacciata la nostra previsione di crescita dell'1,1% del PIL svizzero per il 2026. Il danno per l'economia nazionale è dunque sopportabile — ma si concentra sull'industria a forte vocazione esportatrice e ad alta intensità di manodopera e agisce, attraverso la pressione sui margini, la perdita di quote di mercato e la delocalizzazione degli investimenti, in modo più marcato di quanto lasci supporre il dato aggregato del PIL.

Il rischio ancora in sospeso

Decisivo per le imprese svizzere è tuttavia, dal nostro punto di vista, quanto segue: il dazio legato al lavoro forzato è soltanto la prima di due indagini ai sensi della Section 301. La seconda — rivolta contro le «sovraccapacità strutturali», nella cui lista figura anche la Svizzera — è ancora in corso e aggiungerebbe un eventuale sovrapprezzo «on top» all'attuale 12,5%.

A differenza dell'accusa di lavoro forzato, che la Svizzera potrebbe teoricamente confutare con un divieto d'importazione, l'accusa di sovraccapacità, rivolta alla nostra piccola economia di nicchia fortemente esportatrice, non può quasi essere neutralizzata con un'azione propria. Il maggiore rischio imprenditoriale non è quindi l'aliquota di oggi, bensì la persistente incertezza nella pianificazione sotto una dichiarazione congiunta giuridicamente non vincolante.

In questo contesto occorre affrontare due questioni: 

  • In primo luogo, le imprese dovrebbero rendere il calcolo dei prezzi e le catene di approvvigionamento robusti di fronte al differenziale di 2,5 punti; le decisioni d'investimento negli Stati Uniti vanno trattate come una consapevole scelta strategica (e non soltanto dettata dai dazi); gli scenari relativi a un possibile sovrapprezzo per sovraccapacità vanno calcolati già oggi.
  • In secondo luogo, la politica deve trasporre rapidamente la dichiarazione congiunta in un trattato di Stato vincolante — il Consiglio federale ha elaborato il mandato negoziale nel dicembre 2025 — e ancorarvi contrattualmente la parità di trattamento con l'UE. Parallelamente occorre accelerare la conclusione di nuovi accordi di libero scambio (Mercosur, Malaysia, aggiornamento con la Cina) e lo smantellamento della burocrazia, affinché quanto più valore aggiunto possibile rimanga sul territorio nazionale.

Per l'Economic Research della Banca Migros è chiaro (allo stato attuale): il pericolo acuto è sì scongiurato, ma per le industrie MEM e medtech lo svantaggio rispetto all'UE è reale e incide sui margini, mentre farmaceutica e chimica restano protette. La minaccia più grande e più silenziosa è la delocalizzazione di capitali e valore aggiunto verso gli Stati Uniti — nonché l'indagine sulle sovraccapacità ancora aperta. Le imprese svizzere farebbero bene a considerare l'attuale aliquota doganale non come un punto d'arrivo, bensì come uno stadio intermedio di una politica commerciale statunitense tuttora imprevedibile.

(Foto: Keystone / Christian Beutler)

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